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venerdì 20 maggio 2011

Teatro Massimo di Palermo: La Gioconda di Ponchielli




Non è il Fantasma dell’Opera a colpire il pubblico. Al Teatro Massimo di Palermo l’opera lirica di Arrigo Boito ed Amilcare Ponchielli ha reso muti i presenti. Era magia. La magia del mettere in scena. La magia delle voci degli artisti. L’orchestra composta dagli attori della musica. Lo sfondo blu del palco con la luce orchestrale accoglieva lo sguardo. La scenografia di una Venezia del 1600. Gli abiti colorati. Belli. Privi di fronzoli che non fossero tipici del tempo. Ogni cosa ha giocato e reso composta l’ambientazione. Nonostante la trama dell’opera, aggrovigliata e adultera, c’era grazia ed armonia. Le maschere di carnevale hanno ammaliato gli spettatori.
E poi la Danza delle Ore. Al terzo atto. Quella melodia che conquista ogni generazione, ogni età. Nell’interpretazione di mercoledì 2 marzo, i ballerini erano agghindati con vesti greche, impersonificando le divinità di Omero.
Alvise Badoero, uno dei capi dell’Inquisizione di Stato, canta:
“ Ora v’invito. Ecco una mascherata   
Di vaghe danzatrici. Ognuna è ornata
Di bellezza e fulgore
E tutte in cerchio rappresentan l’ore.
S’incominci la danza”.
Segue la Danza. Lo stesso Basso conclude la sesta scena:
“Le ore del Mattino, del Giorno, della Sera, della Notte”
Trama. Gioconda, la protagonista, “canta agli uomini le sue canzoni”. È figlia di una cieca, la quale, possedendo anch’ella una splendida voce, “canta agli angeli le sue orazioni”. La giovane cantatrice è il personaggio principale che per amore accetta l’abbandono di Enzo Grimaldo, principe genovese e suo amato, un abbandono causato da un’altra donna. Guidata dalla gelosia, prima, decide di uccidere questa per vendicare se stessa. Poi però si ferma. La donna amata da Enzo, Laura Adorno (moglie di Alvise Badoero) tiene al collo il rosario della madre di Gioconda. Da quel momento la protagonista farà di tutto per aiutare i due amanti, per un amore irrazionale, l’amore di sua madre e di Enzo. Ma l’intrico è ancor più complesso ed è reso tale sin dall’inizio dal cantastorie Barnaba, inebriato di desiderio per Gioconda: lui non esiterà a mentire, a creare situazioni che porteranno a conseguenze orribili. Lei, la povera Gioconda, alla fine muore, uccidendosi con un pugnale, rassegnata a non voler ricevere altro dolore.
A dispetto del cambio di compagnia teatrale, dovuto alla crisi che sta ferendo i teatri e la cultura-non-di-massa, i duecentoquaranta minuti che hanno scandito i quattro atti de “La Gioconda” sono stati incantati.
È stata come una rappresentazione in carne delle fiabe disneyane. Il teatro era lo schermo per il cartoon degli adulti.


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