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venerdì 20 maggio 2011

Teatro Massimo: The Greek Passion

                                                 


Scenografia grigia, polverosa. Senza dubbio moderna. Trama quanto mai attuale. Questi i contorni e i contenuti della passione greca del ceco Bohuslav Martinu andata in scena nelle ultime settimane al teatro Massimo di Palermo. Grande curiosità tra i critici di lirica, quanto degli appassionati più inesperti: The Greek Passion è stata accolta in “prima” nazionale all’interno del prestigioso teatro del capoluogo siciliano. Un’opera bella perché nuova, affermerebbe qualcuno. In lingua inglese.
Opera che vede le prime luci nel 1957 e che dunque non si annovera, per il momento, tra i classici d’opera lirica. Il regista Damiano Michieletto, come dichiara in un’intervista al GdS, ha rivelato quanto sia stato stimolante lavorare su un titolo nuovo e insolito.
Le scene sono state curate da Paolo Fantin, i costumi da Silvia Aymonino. Valigie, bomberini colorati e recinti di ferro rientrano tra i giochi da loro disposti.
Molte sono state le parti recitate rispetto a quelle edulcorate dal canto. Il coro professionale e numeroso.
Asher Fisch
L’orchestra, magnifica, ha destato interesse per la singolarità di alcuni strumenti. Musiche vibranti. Alcune di origine greca, tutte di stampo orientale.
Infine Asher Fisch, il maestro dell’orchestra, incantatore per i capelli e l’espressività.
Queste le figure che hanno reso possibile la “prima” italiana.     
E adesso la trama. Due popoli della stessa religione che si ritrovano riuniti, non senza contrasto, dal destino. Presso il villaggio di Lycovrissi, in concomitanza ai preparativi per la rappresentazione della Passione di Cristo per l’anno successivo, sopraggiunge un gruppo di profughi, fuggiti questi dalla propria terra a causa di un’invasione turca. Gli stranieri chiedono in nome di Dio ospitalità, cibo, aiuto, ma in nome dello stesso Dio vengono respinti dagli indigeni. Nonostante la vicinanza tra questi dettata dalla stessa fede, dallo stesso credo, “nulla cambierà”, come suggerisce il regista. Nulla cambierà in un clima di intolleranza.
Un’opera estremamente vicina per argomento alla recenti vicissitudini internazionali e per questo portatrice di riflessione ed empatia. Usciti dal teatro, come a rafforzamento di quanto appena detto, si legge sull’architrave del portico “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”.

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