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venerdì 16 settembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (2° Puntata)

Moleskine 1

All’inizio della prima moleskine era un periodo orribile. Non preoccupatevi se utilizzo un certo linguaggio, faccio sempre largo uso di aggettivi, per questo dicono che sono teatrale nelle narrazioni. Ad ogni modo era davvero un periodo terribile. Non mi era mai successo di chiudere rapporti così volgarmente. Lotto per sistemare le cose e anche quando subisco un torto sono pronta a perdonare. Mi metto in mezzo per risolvere le questioni altrui e tento in ogni maniera di restaurare l’ordine perduto. Sono per metà ruffiana, per metà ambasciatrice. Ho nel sangue l’indole di portare pace e amore. Ci sarà qualcosa che non va nei miei globuli rossi.
Una volta ho inseguito in auto una mia ex-amica (ritornata per l’appunto amica) che aveva ben piazzato un pugnale alle mie spalle. Quando mi aveva chiesto scusa, io le avevo riso in faccia, tra l’isterico e lo sprezzante. Tuttavia ad un certo punto della storia ero tornata a sistemare ciò che si era distorto. E l’ho fatto inseguendola di sabato sera.
Sapevo che lei mi aveva chiesto scusa tempo prima. Era questa la cosa importante. Era dispiaciuta. C’era voluto un anno, il tempo più lungo che mi sia mai servito, ma io, passata la rabbia, l’avevo assolta. Ho sempre saputo perdonare. Ho saputo assumermi le mie responsabilità, sapendo chiedere scusa. So pentirmi. C’è invece chi non l’ha mai saputo fare. La storia delle nostre vite lo dimostra. Le persone che ci circondano lo dimostrano, quelle che riusciamo a tenerci accanto nel tempo.
Ho anche sempre tentato di recuperare il passato, di chiarirlo, perfezionarlo. Lascio agli altri l’incapacità.
Ero un’economista e piuttosto che studiare l’indice azionario FTSE MIB, provavo a risolvere le deformi ragioni che portavano gli uomini a troncare i rapporti.
Il passato è oro per me. Capite? È inconcepibile che le amicizie si rompano quando si hanno splendidi momenti da poter ricordare insieme, quando si è costruito qualcosa! Lo penso tuttora, figuratevi! Ma potete immaginare ben poco dal momento che non conoscete la mia storia. Quindi torno alla cronaca.
Era un brutto momento e mi trovavo a Palermo. Studiavo Economia e Finanza all’Università, a ventidue anni ero giornalista economica alla redazione di un quotidiano regionale, TrinacriaOn.
Quel pomeriggio non avevo concentrazione. Il giorno dopo mi attendeva una lezione in facoltà. Alla fine chiamai una mia amica, Federica Metrello, e mi incontrai con lei. Parlo sempre dei miei amici. Parlo sempre dei miei amici, come se fossi un Pokédex. Io e Federica avevamo cominciato ad uscire insieme cinque anni prima. Lei è quella con la quale vado dal parrucchiere, con la quale vedo film di vendetta che hanno per protagoniste donne ciniche, sadiche nei confronti di uomini inutili; ed assassine abili e ammaliatrici. È l’amica con la quale mi ingozzo nelle serate tristi, innamorate e malinconiche. Ed è l’amica che tradisco ogni qual volta faccio una di queste cose con un’altra.
Quando finalmente la incontrai, andammo in giro per qualche negozio. Comprammo uno shampoo colorante e mi convinse ad andare da lei quella sera, aveva un letto libero in camera. La sua coinquilina non c’era. Prima di andare nel suo appartamento, passammo da casa mia, mi fece rossa in mezz’ora ed alla fine io riempii la valigia.
Così di venerdì sera dormii da lei.
Ordinammo due pizze. Eravamo pronte alla nostra serata in borghese: niente tacco e abito da sera; soltanto cibo, vestiti comodi e capelli attaccati. L’idea che un clochard a confronto fosse un nobiluomo ci ha sfiorate spesso quanto quella che per essere felici avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per vivere in una roulotte, stendendo panni nei luoghi pubblici.
Mentre una margherita con melanzane e cipolle impregnava la camera da letto, Federica sistemava i suoi appunti del corso di storia e continuava ad ascoltare me. Mi ero lasciata da due mesi.
Mi ascoltò mentre mangiavamo.
Mi ascoltò quando mise il pigiama.
Continuò ad ascoltarmi quando tirò lo sciacquone del bagno.
Dopo che ebbi raccontato i soprusi che avevo subito, ci sistemammo a letto. Ma non riuscimmo a dormire.
«Facciamo il caffè?» proposi allora.
«Adesso?» erano le dieci e mezza di sera.
Eravamo nervose e non riuscivamo a dormire, un caffè non avrebbe potuto avere ulteriori effetti.
Ci alzammo e andammo in cucina. Mi sedetti su di una sedia. Le braccia conserte, poggiate sul tavolo. Federica pose la zuccheriera e le tazzine di fronte a me. Poi riempì la caffettiera.
«Insomma sei diventata tu la malvagia» mi disse sarcastica.
«Si, sono i primi che riescono a darmi questa etichetta»
«Ahah! Ricordi quando in classe Maria Grazia alla domanda a quel gioco che facevamo tra compagni “Chi è la più buona e dolce?”, ti indicò e tu ci rimanesti male perché volevi essere come Uma? Ahah!»
Ciondolai la testa, questa volta ridendo anch’io.
«Bene, allora! Urrà per te che ci sei riuscita!»
Quando mi versò il caffè caldo guardai il tavolo. Mi accorsi che c’era dello zucchero sparpagliato.
«Fede, prendi un panno» seguì un attimo di silenzio, esitai «Prima non c’erano»
«Che cosa?» mi domandò sorpresa.
«Queste macchioline di zucchero» dissi.
Anche lei si accorse dello zucchero sparso.
«Non sono stata io!» proseguii, giustificandomi al suo sguardo.
Alzò le spalle. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri. Si sedette di fronte a me e cominciammo di nuovo a parlare dei nostri problemi.
«Davvero perfido! Ma io te l’avevo detto! Ti diceva troppe cose su di lui!» mi disse «Che motivo ha un ragazzo di dire certe cose alla fidanzata del suo migliore amico? Io te lo dicevo! E tu! Scema! Che non uscivi con me e Flavia»
«Mi dispiace! Ma sai quanto mi fidavo, quanto ero disposta a fare per lui! Quanto ho davvero fatto per lui. Credevo di amarlo»
Federica alzò il sopraciglio tirando su il naso.
«Smettila di guardarmi così! Come potevo immaginare tutto questo? Dopotutto ci credevo» abbassai lo sguardo.
«Fè» corrugai il viso.
«Si?»
«..ma prima queste c’erano?» le dissi indicando delle gocce di caffè sul tavolo. Quando dopo qualche attimo ci accorgemmo che c’era anche dell’acqua bislaccamente versata sul piano di legno su cui eravamo poggiate, ci guardammo. Ci alzammo dalle sedie e, leggermente inquietate, ritornammo nei nostri letti. Nonostante fosse passata un’oretta, non avevamo ancora sonno.
Federica abitava in doppia con una studentessa che era andata per il week end dai suoi genitori, Flavia Udine, anche lei mia cara amica. Nelle altre camere della casa ci stavano due trentenni.
Pensammo di unire i letti della stanza. Quando misi i piedi nelle pantofole, cominciai a ridere. Non riuscii a spiegarmi per un paio di secondi.
«Non per qualcosa!» urlai non potendo trattenermi «Ma prima non c’erano!!»   
Attaccate alle babbucce c’era della polvere. Ridemmo così tanto da farci calare la stanchezza. Eravamo irrefrenabili. Prima lo zucchero, poi il caffè, l’acqua! Alla fine anche la polvere compariva a chiazze! Ma cos’era? L’ironia delle coincidenze ci si presentava a pois!
«Su, forza! Spostiamo i comodini e avviciniamo i letti» dissi sorridendo.
«Ma dove li vuoi mettere?» mi domandò Federica perplessa, mentre indicavo la disposizione al centro della stanza.
«No! Non come i morti in mezzo alla stanza!» protestò.
«Non è in mezzo alla stanza! Ma poi, non come i morti!» le risposi inorridita «Come una famiglia!» spiegai dolcemente «Tua madre dove ce l’ha il letto grande?»
Ad un certo punto non ci rendemmo più conto se ridevamo per la stanchezza, per i dispiaceri o per i letti di per sé.
Alla fine trovammo un accordo e ci addormentammo.
Ero consuetudinaria, volevo il mio letto, le mie cose. Un po’ come se avessi avuto già ottant’anni. La mattina dopo, appena sveglia, andai a lavarmi in bagno. Non vedevo l’ora di uscire da casa e fare colazione.
Certe cose si stenta a crederle ma andò proprio così. Avevo dormito da Federica senza portarmi una maglietta di ricambio, non ricordo neppure come mai. Forse avevo lasciato la valigia a casa mia. Avevo portato tutto tranne una t-shirt. Misi allora i jeans, lasciandomi il pigiama di sopra e quando anche Federica fu pronta per uscire, indossai lo spolverino azzurro.
Fu una mattina incredibile. Andammo a fare colazione. Ci fermammo in piazza Politeama ad osservare la Palermo nelle prime ore della mattina. Tutti i negozi erano ancora chiusi. Ci sedemmo al secondo bar che vidi e prendemmo un cornetto con cappuccino. L’aria fresca del mattino mascherava lo smog delle auto che ancora non avevano preso a circolare numerose.
Girammo negozi, acquistammo una serie incredibile di cose. La mia prima moleskine, ad esempio. Una maglietta ed una felpa da jogging e anche qualche libro.
Quella mattina la definimmo “Shopping in pigiama, dal cornetto alla Feltrinelli e Zara, tra depressione e sperpero”.
Perché, sì, fu divertente, oltremodo bizzarra come giornata, ma io ero particolarmente giù di morale. Perdere l’amore e prendere chili è un vero disastro emotivo, un circolo vizioso terribile. Conosco persone che dopo la fine di un fidanzamento hanno perso due o tre taglie. Sinceramente le invidio!
Io sono più il tipo da fritto-misto-post-trauma o da cioccolatoterapia con extradosaggio.
E Federica è come me.
Arrivammo a casa dopo l’una. Lei era distrutta per quanto avevamo camminato. Io avevo il cuore parzialmente ricolmato dagli acquisti e dai sacchetti che tenevo in mano.
Entrai in cucina. Trovai una baguette sul tavolo. Fede era ancora in camera a sistemare la sua borsa. 
«“Marìì, le baguette!”» urlai alla maniera del fornaio de “La Bella e la Bestia”. Federica entrò con gli occhi spalancati, facendomi cenno di star zitta… la sua coinquilina si chiamava Maria e la baguette era la sua!
Mortificata tornai a fare silenzio.
La notte prima, stavamo per prendere sonno, quando sentimmo Maria uscire dalla camera accanto alla nostra. A quanto ci parve era in compagnia perché passando per il corridoio le sentimmo dire con tono soddisfatto «Grevio e antipatico!»
Ma collezionare brutte figure, era per noi fonte di risanamento. Dio solo sa, se la coinquilina ci aveva sentite di notte soffocare le risate tra i cuscini o un attimo prima parlare del suo pane.
Mangiammo presto la pasta e poi andammo in camera di Federica.
Cominciai a guardare le foto appese alle pareti. C’era Flavia bambina.
«Anche Flavia è stata bambina»
La foto sembrava di un bimba adottata a distanza. Accanto ad essa c’era un foglio appeso che recitava: “nome in codice: albero in fiore.” A occhio, sì, pareva una bambina adottata dalla Romania. Federica si divertì quando glielo dissi.
Tra le tante altre foto ne scorsi una sua. Era piccola anche lei e sembrava adottata a distanza, ma questa volta la provenienza era  Filippine.
Quando Federica avesse finito la valigia, saremmo passate a prendere la mia e poi diritte alla fermate dell’autobus per tornare nella nostra città.
Mi stavo annoiando così accesi il piccolo televisore, sistemato sulla scrivania. Federica si mise a ridere ricordando il personaggio di un telefilm che adoravamo al secondo liceo.
«Comunque è vero che abbiamo sempre voluto un amico gay» dissi.
Federica stava facendo il letto. Scosse leggermente la testa, sorridendo.
«Io l’ho avuto!» cantilenai soddisfatta, scherzando.
«Sei sicura di volertene vantare?» mi rispose.
Rimasi con la bocca aperta in una smorfia di finto oltraggio. Perché poi, tanto amici, non eravamo stati.

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