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sabato 8 ottobre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Quinta Puntata)

                                                                   (Ascoltando “Someone Like You” di Adele)

È il tempo che rende bella una storia, è il tempo che dà ulteriore valore all’amicizia ed è sempre il tempo che fa del nostro passato l’effigie del presente. Tutti portiamo uno stemma dentro, ci dice chi siamo e quale posto occupiamo nella società, ma non tutti lo vedono, né vogliamo che possa vederlo chiunque.
Noi Leo, abbiamo anche uno spillino, fuori. Questo fa si che gli altri possano capire, conoscere una parte di noi. Ma talvolta si fraintende. C’è chi ci scambia per massoni, chi per volontari crocerossini o per scoutisti, giungendo così al limite della fantasia più inopportuna. Accade perché le persone devono dare le etichette, pure se sono sbagliate. Ci può anche stare, ma nessuno, meglio di un socio Leo, può darsi l’etichetta che merita, né può parlare del proprio Tempo Leo. Il Tempo Leo è un tempo magnifico, ricco di amicizie; è un edificio pieno di stanze in costruzione. In certi casi alcune pareti vengono abbattute, ma il più delle volte le camere vengono finite e rifinite, per passare  poi ai piani superiori.
Tuttavia soggettivamente siamo così vari, che non sempre certe affermazioni sono sbagliate. Io un po’ crocerossina ci sono.
Forse mi interesso così tanto alla vita degli altri, riuscendo a mettere al secondo posto la mia, privilegiando i bisogni degli altri, perché è il compito dell’osservatrice, è il destino di una pittrice, è il dovere di una scrittrice. È la caratteristica della me non economista.
Perché è vero che sono come una torta tagliata in tante grosse fette. Un po’ romantica, un po’ cinica, un po’ timida, un po’ disinibita, un po’ scrittrice, un po’ economista. Il mio essere l’aiutante magico nelle vite dei miei amici, si contrappone alla parcellizzazione rigorosa che faccio nei piani di studio e più prettamente in quelli finanziari.   
Ad ogni modo, mentre ripensavo alla mia ultima attività da missionaria -per una persona per altro davvero ignobile-, scesi di sotto e, presa la bicicletta, mi diressi da Flavia. Dopo una discesa, uno sguardo al mare e una salita faticosa, arrivai a casa sua. Suonai. Fortunatamente non era uscita. Aprì e mi invitò ad entrare. In camera parlammo un po’ di quello che avevo fatto a Palermo e di cosa lei avesse combinato con un ragazzo. Credetemi, quando mi era stato presentato quest’ultimo, mi aveva fatto così impressione per i modi che aveva, che gli misi un soprannome che non riesco ancora a togliergli: Zoosafari. Un nome che risulterebbe davvero appropriato anche a voi, se lo conosceste! Di un grezzo!
Ma non era storia dal lieto fine. Infatti lui l’aveva scaricata e avevano litigato. Buon per Flavia! Oggi sono certa che la mia amica sia contenta della conclusione di quella relazione.
Per sdrammatizzare le raccontai delle sfingi di San Giuseppe finite a terra quel pomeriggio, per lo sgomento di mia madre e ridemmo un po’.
Infine decidemmo che sarei passata due ore dopo con la macchina. Tornata a casa, cantai qualche minuto sotto la doccia  “If we ever meet again” e alla fine, lasciando i capelli scomposti, presi Flavia e andammo in centro. Mangiammo un gelato e ricantammo la stessa canzone in auto.   
Era un periodo in cui non ero la sola ad uscire da una storia angosciosa. Ed è così facile che gli uomini facciano sentire uno straccio le ragazze, che quasi si stenta a credere che per secoli la letteratura abbia tramandato prosa e lirica d’amore.
Flavia diceva di voler stare con lui perché, fino alla settimana precedente, l’aveva fatta sentire bene, una donna voluta, la più bella. Eppure si sentiva sedotta e abbandonata. Sfruttata, truffata, oltraggiata e offesa.
«Quando ti sentirai bella e desiderata, ti sentirai anche un po’ puttana»
«Hai ragione, Crì» rispose ammirata dalla mia affermazione.
«È la prassi, forse»
«Ma ci penso tutto il tempo» tornò a ripetere afflitta in viso.
«Lo capisci che non è tipo per te? Abbiamo bisogno di ragazzi sistemati! È grezzo!»
«Grezzo come la ricotta!» si inalberò tutto ad un tratto, chissà a quale brutto momento era risalita con la mente.
«Ma poi hai ragione!» continuò arrabbiata «Che gente!»

La sera mi vidi con Federica Metrello. Fino a tardi ammazzammo il tempo. Avevamo molto a cui pensare e insieme riuscivamo ad allentare le tensioni con chiacchiere ironiche e vaneggiamenti da innamorate incurabili. Entrambe avevamo un Amore Storico. Ci divertiva ancora auto-flagellarci parlando di lui, ma con la nostra comicità autolesionista o, se preferite, con la nostra ironia da disilluse piene di speranza, riuscivamo a dimostrare, quanto meno a noi stesse che l’amore esiste. Si, univoco e non corrisposto. Questo è il più grande amore di tutti i tempi. Se si continua a pensare alla stessa persona, nonostante non si sia ricambiati, o è amore o non so cos’altro possa essere. E state ben certi che alla perdita di tempo non si pensa mai, se si è innamorati. Vi giuro che sono così stanca (è tardi), che se rileggo quest’ultima parte non la capisco, non so se ciò che ho scritto abbia poi un senso vero e proprio. Se non lo ravvedete neppure voi, vorrà dire che ho ufficialmente scritto il primo pezzo del mio futuro trattato di filosofia.
La strada verso casa fu dolce. Quasi serena.
Era da tanto che non provavo quell’ingenuo sonno, molto che non rientravo a casa accompagnata dal sonno.

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