Informazioni personali

La mia foto
Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

sabato 29 ottobre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Ottava Puntata)


Se studi Economia e guardi le montagne, vedrai in esse una risorsa.
Se hai fantasia e guardi le montagne, esse saranno l’ambientazione per un racconto.
Ma se studi Economia e possiedi fantasia, allora, quando guarderai le montagne, vedrai un grafico, l’andamento della borsa di Piazza Affari, di Wall Street o del Tokyo Shoken Torinhikijo.

Quando sono nata c’era così tanta gente nella stanza che mi mancò il respiro, cominciai a respirare affannosamente, così mi disse mia nonna che mi aveva osservata prima che gli infermieri mi portassero in un’altra stanza. A distanza di ventiquattro anni posso constatare che tutt’oggi troppa gente non mi lascia respirare. La differenza è che oggi sono io ad uscire e ad andare via, forse lo faccio troppo velocemente ma vado via a cercare l’aria per sopravvivere, devo farlo.
Correvo da due anni e ciò che rallentava i miei percorsi era la respirazione. Ho sempre pensato di non avere grande resistenza di bronchi. Qualcosa dovuto al modo di inspirare ed espirare. Un problema di coordinamento naso-polmonare (non so se esista nulla di simile). Così imparai a respirare quando imparai a fumare. Non è un paradosso d’effetto. Più avanti me ne convinsi. Non ho il vizio del fumo, è per questo che continuo a non respirare bene, a dimenticare come si faccia correttamente, e a fuggire in altre stanze.
Prima o poi avrei capito il motivo di ogni fuga. Avrei capito come Meredith Grey oppure sarei finita come Holly Golightly.
Sul finire di maggio era giunta la mattina dello Screening del  diabete. Insieme ai soci del mio club ci recammo in centro per offrire  a chi avesse voluto la possibilità di controllare gratuitamente l’indice glicemico e i valori del loro benessere psico-alimentare.
«…ti rendi conto, no?» passeggiavo davanti all’edificio in cui stavamo svolgendo l’attività.
«Crì, io me ne ero resa conto già da tempo.. sei tu che non mi hai voluta ascoltare!» dal cellulare giunse vibrante, ma nitida, la voce di Federica Metrello. Era partita, aveva raggiunto sua nonna a Torino.
«Lo so, ma non puoi ripetermelo sempre. Convieni con me che dovrei vendicarmi?» scherzai.
«Si, certo. Ma sappiamo entrambe che non ci riesci. Ormai ignora tutto»
«Vorrei picchiarlo brutalmente, ma essendo così donna nell’animo, lo ferirebbe di più un bicchiere di vodka in viso o una tirata di capelli… »
«Sputagli in faccia»
«No, davvero! Dico davvero, lo faccio! Se lo incontro, gli sputo in faccia!» improvvisamente emisi un verso semi-stridente, come di soffocamento e isteria. Rapida mi voltai, ritornando sui miei passi.
«Crì, ci sei?»
«Aaaaaah» ripetei la vocale con angoscia e sorpresa «Parla, Fede, dimmi tutto quello che vuoi, parla, parla senza fermarti, e non far caso a ciò che sto dicendo, perché è qui. Devo parlare. Devo muovere la bocca ed essere naturale. Ma stiamo scherzando? Guarda, non ci credo» farneticai velocemente «C’è l’Essere Malefico con Diana. Cioè è spuntato quando ti ho detto dello sputo!»
Federica rise dall’altro lato del cellulare, immaginandomi impacciata e arrabbiata.
«Cristy, sii forte e dignitosa. Sei dalla parte del giusto. Vai tranquilla, scattìaci»
«Ahah, zitta stai! Mi manca proprio l’incitamento alla violenza a me!»
«Si capisce dall’uso spasmodico che fai del dialetto»
Un minuto dopo era tutto finito.
A fine mattina una cosa mi era chiara. L’imbarazzo mi piaceva.

Mezz’ora più avanti il mio amico Buonaparte mi offrì una sigaretta. La giornata era calda e andammo in un punto magnifico del lungomare. Un posto in cui sono stata almeno una volta con tutti i miei amici. Da lì si vedeva l’insenatura della città. Il mare era calmo e il suono delle onde rilassava ogni tensione.  Fu una boccata d’aria. La sigaretta era l’ultimo tocco dell’intellettualismo che sapevamo creare quando eravamo insieme.
Tanto ci piacquero quei minuti di solitudine e riflessione che nel pomeriggio io e Buonaparte ne prendemmo un’altra, di boccata. Questa volta in centro, nella nostra Tunisi. Nel centro storico della città si schiudeva una Tunisi in miniatura: vicoli in ceramica, decorazioni semplici e suggestive. Per me ed Enrico, che eravamo stati per otto giorni in viaggio nella parte alta dell’Africa, quel centro storico aveva un fascino irresistibile e un intenso valore simbolico. C’era un non so che di grandioso in quelle vie.

Mancavano ancora due settimane e si sarebbe aperta la prima discoteca della stagione estiva. I preparativi fermentavano. Io e Flavia proiettavamo la nostra vita al ventinove di quel mese.
Di sera capitava che passasse da me per bere qualcosa e chiacchierare. Parlavamo delle novità che di tanto in tanto ci sorprendevano. Ingrandivamo le aspettative di quella data e progettavamo le svolte che avremmo dato alle nostre esistenze. Io cominciai la dieta e, invece di andare a correre, presi a ballare in casa. Un’ora e mezza al giorno di fronte allo specchio con della buona musica e una sana alimentazione permisero buoni risultati per fine mese.
«Ci divertiremo tantissimo, Flavia, non vedo l’ora!» le dissi mentre la camomilla di una sera provava a fare effetto. Scarabocchiai qualcosa sulla cerata della cucina.
«Si!! Manca poco più di una settimana. Ho già pensato a cosa mettermi»
«Io ancora no» meditai «in realtà pensavo di indossare un vestito che ho comprato l’anno scorso, un abito pieno di ricordi. L’intento non è farmi vedere. Bisogna che mi vedano allo stesso modo di un anno fa. Non voglio essere neppure migliore. Mi accontento di una certa equità»
La notte arrivò, ma Flavia ed io non andammo insieme. Indossai un altro vestito. Qualcuno volle che io andassi con Federica Torre ed Enrico Buonaparte. Fu una notte strana. L’ultima che mi capitò di passare con il mio ex. Nemmeno lo guardai più. Neppure lo sguardo sarebbe ricaduto su di lui.
Sapete. Quando si scrive qualcosa sulla carta, se si sbaglia, c’è chi usa il correttore, chi invece fa un taglio con la penna. Io preferisco il taglio. Quando si utilizza il correttore non si fa altro che mettere uno strato bianco, uno strato di diversa natura su ciò che è stato scritto. Il tracciare con la penna l’errore, invece, consente sempre di vedere, anche soltanto appena, ciò che si era annotato, il periodo che avevamo elaborato. Ecco, io preferisco un taglio sulle parole sbagliate, così da poterle rivedere anche in seguito. Il correttore al contrario toglie alla vista ogni cosa, rende non visibile gli errori (a meno che non si giri la pagina e la si scruti con attenzione), è una sostanza diversa sia dalla carta sia dall’inchiostro. Insomma io preferisco sempre, nel rileggere ciò che scrivo, poter scorgere le parole che avevo utilizzato e che avevo, solo dopo, visto come errori. Ora, certa che la metafora sia stata colta, tengo a dire che nonostante tutto alcuni pensieri, certe situazioni, rimangono proprio lì dove li avevamo lasciati; qualche volta si cerca di sovrapporre nuove esperienze (impasto del correttore), altre volte si desidera analizzarle e tenerle costantemente di fronte, evidenti (si possono evitare gli sbagli, se si creano dubbi). Cosa è giusto non lo so. Il più delle volte, utilizzare il correttore è piacevole a tutti, anche se antiestetico. Tuttavia, solo se si sfrutta la penna, si può ricostruire il passaggio esatto dal pensiero passato a quello presente, il passaggio preciso dell'azione che ha portato dallo scrivere qualcosa al suo cambiamento.

La mattina dopo, quando mi alzai, andai in cucina. Riempii la caffettiera e la misi sul fornello. Era stata una bella serata, nonostante tutto. Ancora in pigiama, ripensavo a Flavia. Non era più venuta a ballare. Mi dispiaceva moltissimo. Presi il cordless e le telefonai per sapere cosa avesse fatto e per sgridarla un po’. Finii per narrarle la mia serata.
Mentre il telefono squillava, accesi il fornello.
La mia amica ancora tardava a rispondere ed io osservavo il cerino che tenevo in mano. La punta tutta nera.  
Bisogna stare attenti a giocare con il fuoco. Bisogna rendersi conto in tempo di quando spegnere la fiamma. Le conseguenze possono essere incredibili: tutto può essere cancellato, bruciato in un momento.
Tuttavia il fuoco lascia sempre i suoi segni. Visibili e concreti. Basta soffiare sul fiammifero e tutti potranno vedere fino a dove si è spinto e fino a quanto si è giocato.
«Pronto?»
«Buongiorno, signora, sono Cristina, cercavo Flavia»
«Si è appena svegliata, te la passo subito»
«Grazie»

Mi collegai su facebook e mi accorsi di una notifica. Buonaparte mi aveva taggata in un video, la colonna sonora di Cinema Paradiso.
Dopo averla ascoltata, incantata, commentai: “Comunque, sai? Ascoltando questa canzone inizio a capire alcune cose. Non sono le parole a suggerirmele, ma la melodia”.
Ci sono amici che riescono a riempirti di felicità ogni attimo, amici che si fidano di te e ai quali vorrai sempre mostrare la verità, la tua sincerità e il tuo amore. Cose di cui loro non avranno bisogno perché sanno ciò che fai e come lo fai e soprattutto ne conoscono il perché. Sanno cosa ti muove.
Spensi il computer. Dovevo cominciare a prepararmi, la sera avevo una premiazione.
Facebook cominciava ad essere una della mie dipendenze. Era importante che mi collegassi spesso. Tempi di grandi comunicazioni e paura di rimanerne fuori, era il paradosso moderno.
Dopo aver letto e commentato alcuni link sulla bacheca del mio profilo, mi accorsi che Federica M. aveva condiviso una frase malinconica. Le risposi subito:
“Amore mio, si.. doveva andare proprio come doveva… e quindi lasciamola andare come deve andare questa vita. Lasciamo che ci porti ad uscire a fare shopping in pigiama, lasciamo che ci porti a ritrovarci nei momenti brutti  e a non mancare a quelli belli, spensierati e sbronzi, lasciamo che questa vita ci lasci correre nella notte in cerca di luoghi nuovi e adatti a ciò che desideriamo. E speriamo che ci porti pure a raggiungere i nostri sogni.”
Ma se c’è una cosa che sa fare bene Federica Metrello, è il trasmettere il suo stato d’animo alle persone che la circondano. Se è felice e allegra, tutt’intorno si ha un insieme di sorrisi e risolini, tutti sono felici come per conseguenza e sembrano sereni alla maniera delle giornate di festa. Se è triste, è facile cadere in una profonda crisi. Quando piange, tutti oltrepassano il limite, è l’avvento della depressione.
Dopo averla rincuorata, il giorno dopo mi ritrovai a scrivere:
“Ciao Fè, vorrei essere migliore di quanto sono. Sono una fallita. Non studio, non ho concentrazione, non ho il ragazzo, non so neppure quello che voglio, mi sento inutile. Per questo fine settimana penso che non uscirò, non voglio commettere lo stesso errore di febbraio, non voglio distrazioni, vorrei però che fossi qui, torna presto”.
Si avvicinavano le date degli esami della sessione di giugno ed io non trovavo la giusta concentrazione, ma tra l'esagerazione di quelle parole e la vicinanza spirituale con Federica, c'era una più grande correlazione.

Si combatte per ciò che si vuole. Ma se non si sa cosa si vuole, come si può lottare? Sarebbe uno scontro ingiusto, si seminerebbero vittime senza vittoria.
Come fa la gente ad essere determinata? La vita è così incerta. Dopo il primo anno di università volevo cambiare facoltà, eppure non avrei saputo scegliere tra Psicologia, Lettere Moderne e Matematica. Non avevo neppure la forza, il coraggio per cambiare.
Ma che cosa sciocca era anche pensare di rimanere immortale con la letteratura. Era preferibile lottare contro la sofferenza, ogni giorno, quella sofferenza che milioni di persone vivono senza aiuto. Forse era meglio fare Medicina.
Odiavo quella mia tensione a giustificare, motivare ogni mia azione, ogni mio comportamento. Un giorno sarei cambiata e chissà, forse non mi sarebbe più interessata neppure la verità.
Avrei tanto voluto eliminare quel trasporto che certe situazioni avevano creato. Non era successo nulla di così grave da non poter essere risolto. Questa soltanto era la cosa amara: non aver risolto.
Non prendiamoci troppo sul serio, ma facciamolo con responsabilità.
È che spesso le parole condizionano. Le senti, le leggi e ti lasci condizionare per il fascino che esprimono. Poi scopri che le uniche parole che dovevi seguire erano quelle che non si leggono né che si possono ascoltare. Le parole che dovevano condizionarti erano quelle che si ottengono alla fine, quando sei sola, mai innamorata, ma finalmente pronta. Quelle del muscolo che più lavora quando si corre.

Alle ventidue passai da Flavia, avevo voglia di vederla. Era dalla sera della discoteca che non ci vedevamo. Facemmo un giro in macchina. Poi ci fermammo nello stesso piazzale in cui ero stata con Buonaparte. Scendemmo e, appoggiate agli sportelli che davano sul mare, osservammo la città di notte.
«Ascolta» dissi in un sussurro, invitai Flavia a guardare le luci a distanza «questa città potrebbe essere la Miami, la Los Angeles del Mediterraneo»
Con la notte e il buio, tutti diveniamo più belli. Donne, uomini e città.
«Però qui nessuno sa pensare a questo. C’è chi pensa alla propria immagine e chi alle proprie tasche» mi rispose Flavia.
«Hai ragione, ma noi sappiamo cosa potremmo realizzare»

Una volta l’amore era difficile, impossibile a causa della famiglia. È sempre l’amore difficile quello che piace. Quello più romantico. Romeo e Giulietta per esempio. Paolo e Francesca. Oggi non è più così. Le famiglie incidono poco, così siamo noi che lo rendiamo difficile: fuggiamo, abbandoniamo, c’è chi tradisce e poi ritorna quando vuole, quando è ormai difficile riprendere in mano la storia.
Fuggitivi e fedifraghi, tutti ritorniamo sperando che si possa ritornare, ma non sempre è così. Il più delle volte se si sceglie di fuggire, non si può tornare perché le porte ti vengono chiuse.
Ma l’amore vero ha bisogno della confusione, dell’incertezza, della fuga per rendersi conto che è amore. Ha bisogno di una forte libertà per conoscere se stesso e ritornare convinto, forte ed indissolubile. Per alcuni l’amore vero ha bisogno delle difficoltà per essere vero. Così se non le creano gli altri, le creiamo noi stessi.
Avevo capito molto da tutto quello che era successo. Forse più di quanto avrei voluto capire. Stavo amando, mi accingevo ad amare per tutta la vita. Ed ero l'unica che lo avrebbe fatto. Per bene, come era accaduto in passato.

L’indomani avevo un esame. Mancavano diciannove ore. Dopo l’enorme tentativo di studiare e un grande accumulo di preoccupazione, mi incollai qualche attimo al pc e lessi una frase che cadeva a pennello:
“Ma comu ì a finiri cà?!  Era più dignitoso quando i piaceri della vita non si conoscevano”
Sorrisi e canticchiai “Pà Pà l’americano”.
Quando giunse la sera e finii il ripasso contattai Federica Metrello. Mi disse che mi avrebbe chiamata qualche minuto dopo.
Finalmente era tornata in città. Puntale mi telefonò. Mi raccontò del suo viaggio e della sua storia con un ragazzo. La corteggiava da due anni e si erano visti a Torino. Lui era stato estremamente romantico. Ragion per cui a lei non era piaciuto.
A lei non andavano i romantici e a me capitavano i brutti.
«Cristinù, effettivamente sì, la maggior parte sono ragazzi bruttini»
«Già alcuni sono visibilmente dei cessi. Forse li scelgo così perché sono stitica»
La risata che ne venne fuori, la privò quasi del respiro. Quando Federica smise di ridere, aggiunse «Adoro il tuo voler dare una spiegazione a tutto»
«Si si, davvero bello» dissi sardonica «a proposito, la Moleskine si sta riempiendo. La prossima la compro di nuovo con te… mi piace istituire tradizioni»
«Ma per domani come ti senti? Appena torni ci vediamo e passiamo un week end incredibile. Assomiglieremo a due scimmie»
«Oh, sì» il tono della mia voce calò un po’ rattristato.
«Che hai? Vieni a stare da me, andiamo in piscina e a ballare. E poi continuiamo le serate che abbiamo lasciato in sospeso»
«Sarebbe bello. Ma se non passo l’esame di domani, non penso di poter godermi tanta felicità. Mi sentirei in colpa»
«Ma no dai! Ce la fai! Hai studiato giusto?»
«Si, si. Però… boh… è sempre un esame»
«Ok, allora tranquilla. Tu fallo, se va bene si comincia dopodomani mattina in piscina»
«Ok» dissi cercando di reprimere l’entusiasmo.
Prima di chiudere la chiamata mi accorsi di quanto volessi bene a Federica e a Flavia.
«Fè, ti voglio bene! Non sai quanto abbiamo atteso il tuo arrivo io e Flavia. Il triangolo saffico non lo avevamo considerato»
«Ihih. Anche a me siete mancate! E tu finiscila con questi triangoli! Ripassi più per questa sera?»
«Non penso, vado a dormire adesso, sono molto stanca»
«D’accordo allora a presto, Crì. In bocca al lupo!»
«Crepi il lupaccio. Buonanotte Fè, a domani»

Il giorno dopo presi economia aziendale. Sarà stato lo zaino, saranno stati l’aula ed il tavolo, eppure l'esame era andato bene. Ero felice. Ascoltai il can-can sul 108, tenendo un sorriso per tutto il tragitto. Scesi alla fermata dietro il Teatro Massimo e decisi di farmi un regalo. Andai verso la Feltrinelli, volevo un cofanetto di dvd. Ma poco prima di arrivare venni bloccata da due uomini. Chiaramente avevano notato la mia espressione di pura felicità. Uno dei due esordì dicendomi che erano carcerati usciti quel giorno per un progetto di reintegramento nella società, dovevano vendermi un profumo a diciannove euro, così a fine giornata avrebbero riconsegnato dei talloncini. Guardate, manco io ù capii soccu avianu a fari. Diedi loro una banconota di cinquanta euro e il primo mi ritornò il resto di venticinque euro (invece di trentuno). Glielo dissi e loro farfugliarono delle cose che mi dà noia pure riportare. Capendo la loro brutta parte, li guardai malissimo. Qualcuno avrebbe potuto credere che la criminale fossi io. Sgarbatamente li salutai e me ne andai. Mi avevano fatto perdere tempo e tolto il sorriso dell'esame. Ad ogni modo mi ero comprata il loro profumo, rinunciando al premio cinematografico. Fu un profumo galeotto che segnò tutta l'estate. 
Un'ora ed ero alla biglietteria degli autobus. Stavo seduta sul sedile numero ventuno. Solita autostrada. Ascoltavo musica e guardavo i monti. Nessuno fa sogni su economisti. O forse ero io che ancora non li avevo fatti. Ero la sola nella facoltà di Economia a non fantasticare sulla vita degli affermati professionisti dell’economia internazionale? Mi chiedevo perché avessi scelto quella strada, giorno dopo giorno.
Mi fermavo a riflettere, ma poi riprendevo il cammino. Le montagne sembravano disegnare, tracciare un grafico irregolare. Ero un’economista. Cominciavo ad esserlo.


In questa puntata ho scritto paragrafi aforistici, spezzoni che volevo raccontarvi. Mi dispiace non aver detto di alcuni particolari. Tutto sin qui narrato è l'inizio, l'inizio della Moleskine, l'inizio di quello che mi ha portato ad oggi. Era un periodo straziante, ma al contempo unico. Non c'era niente dentro di me che stesse fermo. Nulla che potesse bastare a guarire. Non c'era un farmaco che sedasse dall'oggi al domani il dolore. Però c'era chi mi guariva, lentamente, chi pensava a curarmi. I miei anticorpi contro la distruzione erano ferrei ed intrepidi, erano i miei amici. 


                          

Nessun commento:

Posta un commento