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sabato 26 novembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Decima Puntata)


Le parole possono dire molte cose, ma i fatti, i fatti urlano. Urlano così tanto da stordire.
«Ti stordiscono tanto da farti pensare cose sbagliate, Inutile Checca!» disse una donna alla televisione.
Era la nuova sit-com del momento. Ambientata dentro un’automobile, c’erano due uomini che volevano una donna. Lei era sempre al volante. Prima litigava con uno, poi con l’altro. Uno dei due la baciava e lei litigava con l’altro. Il secondo la baciava e lei litigava con il primo. In tutto quel ronzio televisivo ci si divertiva parecchio. Erano le battute e l’incastro delle storie che facevano ridere. Lo schema delle azioni era ripetitivo, tanto da rendere le puntate un classico mediatico. La struttura dei personaggi era poi assai bizzarra. Sembrava una slapstick comedy degli anni venti mischiata a Camera Café.
Dovrebbero esserci più attori e meno avvocati, ci sarebbe maggiore quiete nell’universo: messo in chiaro che gli uomini stanno recitando, sincerando la loro posizione, chi mai potrebbe prendersela con loro?
Il programma era prodotto da Olga Ninfresi.

Mi sarebbe piaciuto entrare in un negozio e chiedere:
«Scusi, mi dà un misuratore d’amore?»
E ricevere in risposta, veloce e tranquilla: «Certo, gliene prendo subito uno. Desidera l’ultima versione aggiornata?»
Ma non c’era negozio che ne vendesse. Neppure i grandi magazzini ne erano provvisti.
Con un “misuratore d’amore” avrei potuto capire quanto amassi una persona; se gli altri mi avessero amata più di quanto avessi fatto io. Avrei saputo se amavo più di quanto credevo di poter fare. Insomma avrei saputo se e quanto ferivo la gente o se la gente feriva più me.
Pensavo tutto questo mentre correvo sul marciapiede. Ridiscesi una via e mi ritrovai sul mare. Respirai l’aria salmastra. Non c’era caldo a quell’ora.
Feci lo stesso il pomeriggio dopo. Quando fui stanca, presi a tornare verso casa. Di tanto in tanto mi voltavo. Non mi giravo soltanto per guardare l’orizzonte. Quando correvo mi giravo e stavo attenta a che nessuno mi venisse alle spalle, pronto a colpire.
Da piccola non giocavo a fare l’infermiera sexy per il suo dottore innamorato. Giocavo a salvare vite, le vite dei miei amici. Loro urlavano e io correvo da loro. Loro chiedevano aiuto e io volavo a tirarli su da un burrone. Li salvavo dalla lava, li proteggevo e mi battevo per loro contro mostri informi. Poi inseguivo il nemico. Ma quando ero io in difficoltà, ero sola. L’unico modo per sconfiggere i cattivi era continuare ad essere coraggiosa, continuare a parlare, stringendo i denti.
Riuscivo a non essere sconfitta da quei nemici, che alla fine inseguivo e perdonavo. Quei cattivi di cui subivo il fascino.
Certo ero io che inventavo le catastrofi, gli scontri, i pericoli. Però ero lì a salvare gli altri e malamente anche me stessa. Era come se già allora sapessi che prima o dopo il male colpisce ed io mi stavo abituando piano piano ad esso.

Tutti dicono bugie. A volte si dicono, si mente. Da piccola le dicevo per non andare a scuola. Avevo “mal di pancia”. Ma non era brutto perché sapevo che mia madre capiva che volevo stare a casa, avevo bisogno di riposo e gioco. Mi sorrideva. Se davvero avesse creduto che mi sentissi male si sarebbe preoccupata. Ma i suoi occhi, la sua espressione mi dicevano che quelle piccole bugie non erano cattive perché lei sapeva cos'erano. Sapevo che non avrei potuto ferirla, perché lei sapeva.
Non c’era nulla da temere da quelle bugie. Esistono le bugie buone, quelle a fin di bene e quelle che non possono fare male. Non tutte  vengono dette con l’intento di ingannare.
E poi, francamente, avrei giocato sino alla nausea per tutta la mattina. Mia nonna avrebbe cucito i vestiti ai giocattoli e mio nonno, quando fossi stata stanca o annoiata, mi avrebbe raccontato di Orlando e Rinaldo. Prendevo i pupi siciliani, ci mettevamo sul divano e lui raccontava. Stavo molto attenta ad ascoltare e a giocare con i pupi. Perlopiù li guardavo. Con tutte quelle armature e rifiniture spigolose, taglienti, era facile farsi male. Non so chi ce ne avesse regalati due come souvenir.
Bisogna rimanere piccoli il più a lungo possibile: nonostante le conseguenze negative che ne possono derivare, quelle positive saranno sempre maggiori. Una volta la maestra aveva dato come compito per casa di scrivere quale fosse il nostro sogno. La mattina dopo molti miei compagni avevano scritto “volare”. Io avevo un sogno diverso: diventare regina per aiutare i poveri. Un po’ problematica come cosa. Oggi preferirei volare anch’io, piuttosto che divenire Capo del Governo, ma già allora sapevo che bisognava avere dei poteri, dei talenti, per aiutare gli altri.
Sarebbe bello se potessimo mantenere la maturità che si possiede da bambini. Ma non sempre ci si riesce. Dei due eroi del ciclo bretone, ora colgo un aspetto in particolare. Rinaldo contendeva Angelica a Orlando, suo cugino.

«Lei ti ama disperatamente. Ma non lo ammette. Vaga da una storia all’altra come se il ricordo possa liberarla da quello passato» disse Federica Metrello al mio ex.
«Ma che stai dicendo? Sei scema?» intervenni io all’improvviso dentro la conversazione.
Mi svegliai di soprassalto, pensando a quanto cretina fosse la mia amica, nonostante si trattasse solo di un sogno.

Pensare a certe cose fa davvero paura, eppure bisogna convivere con alcune di esse e combattere sempre fino alla fine. Me ne stavo sul balcone di casa, convinta più che mai che le sere d’estate fossero state inventate per suonare la chitarra, scrivere nuovi racconti o per rivivere certe paure, proprio lì dove mi trovavo. Così in tutto quel miscuglio di cose prendevo la moleskine e scrivevo.
Ti amo. Ed è sempre troppo tardi. O forse è altro che cerco ed è troppo presto per capirlo. È solo paura. Non è niente. Sarà sempre così.
Certe volte questa paura sembra tutto. E io non riesco a muovermi. E se fosse la fine, dovrei saperla affrontare. Prima o poi bisogna affrontarla. E c’è un motivo se mi rifuggo nei libri o nelle immagini che scorrono in tv. Quei telefilm che riescono a illuderti nuovamente quando ormai tutto ti ha disilluso.
E adesso che ti ho trovato e ti ho accanto, ti amerò e farò di tutto per lasciarmi amare. Non posso prometterti che non fuggirò, lo faccio sempre, ma ti assicuro che tornerò da te, se ciò che provo è amore.
Ora ditemi voi, se ciò non denota un problema…
L’amore fa male! Anche perché scrivere periodi così paurosamente sdolcinati, è davvero improponibile. Non sono una stilnovista eppure mi ci sento in pieno se rileggo certe cose! Se si ha voglia di dolcezza, ci si mangia un gelato o del cioccolato, non bisogna scrivere cose smielate! È vergogna pure riportarle!

Ci sono due ragazzi per i quali sono sempre riuscita ad abbandonare un amore. Sono due e li amo, li ammiro allo stesso modo. Li emulo da quando sono nata. Loro così forti, io così debole. E davvero non capisco il perché di questa strana suddivisione di “talenti”. Avete mai ascoltato la parabola narrata nel Vangelo secondo Matteo 25, 14-30, quella dell'uomo che lascia i suoi beni, i talenti, ai servi? Cercatela. Io sono una di quelle persone che ne ha ricevuto solo uno, di talento. Ma vi assicuro che non l’ho nascosto né conservato.
Ad ogni modo, l’amore per gli altri uomini mi spaventa. Temo il futuro.
«Avevo quasi dimenticato di essere ipocondriaca. Il mio essere responsabile lo devo all’ipocondria. Il mio essere irresponsabile lo devo all’amore. Vorrei riavere i miei undici anni. Riaffrontare le paure che avevo a dodici. Otto anni fa non avrei creduto di arrivare fino a qui. Adesso non voglio chiedermi cosa accadrà. Pensare al dopo mi mette paura e mi fa fuggire. Quante cose successe, quanti amici ho conosciuto, quanti ne ho abbandonati, ne ho dovuto abbandonare. È incredibile. Otto anni dai miei spaventati dodici» mi disse la mia amica Filli «L’amore per gli uomini, certo, può spaventare, ma non posso più permettermi di temere il futuro»
Le avevo chiesto se temeva l’amore.
Tutti dovrebbero essere un po’ ipocondriaci.
Volevo essere responsabile, volevo diventare una donna affermata, non solo sognatrice. Volevo laurearmi in economia, diventare giornalista pubblicista. Pubblicare qualche libro. Aiutare le persone che avevano bisogno di me.
«E pensare che un tempo, a causa della mia ipocondria, la parola “Tomorrow” mi faceva impressione. Adesso non penso ad altro che al domani. No, non si può avere paura del tempo» concluse Filli.

Cominciai a perdere la maturità a partire dai miei diciotto anni. Prima lo ero stata parecchio. Una volta qualcuno mi disse che ero piccola per quel ragazzo che sarebbe diventato il mio Amore Storico. Ma non era così.
Non ero piccola, ero responsabile, ero innamorata e non avevo paura, non sarei fuggita e adesso scrivo così perché ho una canzone romantica che mi guida e per nient’altro. Quante vite si vivono durante questa esistenza?

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