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martedì 27 dicembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Dodicesima Puntata)

Quella sera sentivo il bisogno di correre e di vedere le mie amiche. Federica Metrello mi aspettava quindici minuti dopo. Stavo ripensando al sogno che avevo fatto la notte passata e mi struggevo un po’ al pc.
L’amore storico era lì. Gli occhi suoi chiedevano di me. Ma più tentavo di andare via più veniva. E più veniva, più non trovavo le forze per allontanarmi. Il solo tocco era un’estasi.
“E nel mio cuore mi dicevo «vedrai che un giorno crescerò»”.
Non posso decidere di non sognarlo, quindi ben venga nella notte, se di giorno non è possibile incontrarlo.
Abbiamo così tanta libertà ed un’altrettanta paura di averla, che ci costruiamo da noi i limiti: convenzioni, regole, pregiudizi ne sono scomode conseguenze, sono falsificazioni della realtà.
Da bambini i genitori ci tengono la mano, ci guidano. Noi osserviamo, ascoltiamo e riflettiamo con i sensi attenti. Notiamo tutto e tutto ci incuriosisce ed affascina. I colori sono vividi, gli odori anche, nella mente. Crescendo siamo noi a doverci guidare. Dobbiamo pensare a così tante altre cose che perdiamo la capacità di vedere, sentire e pensare come i bambini, come i vecchi noi.
Sognare può divenire più forte di vivere? Le sensazioni di un sogno cosa non hanno rispetto a quelle reali?

Tra quattro giorni si sarebbe conclusa la terza settimana del mio Salvadanaio delle Virtù. Avevo preso a mettere soldi da parte. Ogni volta che rinunciavo a qualcosa, ogni volta che vincevo un vizio, mettevo qualcosa nel salvadanaio. E si riempiva. Devo ammettere che ero soddisfatta delle mie azioni.
Lottare e sedurre. Impegno. Studio. Carriera. Era un mantra. Ed io ero felice.

Continuavo però a pensare all’assenza dell’amore.
«Ho un debole per i migliori amici. I miei. Quelli degli altri. E non so se sia dovuto al fatto che siano “migliori” o sol perché sono “amici”» dissi a Bice «Per ventidue anni ho agito in modo così perfetto che adesso appare come un alibi. Per anni ho perdonato e per anni ho sacrificato parte di me, pensando che chiunque si potesse trovare di fronte a situazioni difficili, che potesse capitare pure a me di sbagliare. Ma non è servito. Quando ho sbagliato, chi doveva perdonarmi, chi doveva capirmi, non lo ha fatto. E doveva essere il primo!»
«Ma tu sei buona!»
«Siamo tutti cattivi ed egoisti. Lo siamo per natura. È per questo che sentiamo il bisogno di aiutare gli altri, di fare beneficenza. È per correggerci. Ma soprattutto è per perdonare a noi stessi gli errori che commetteremo in futuro. Prima o poi, presto o tardi, tutti sbagliamo e facciamo del male. A volte anche involontariamente. Ma lo facciamo. Per allora vogliamo poter dire di aver fatto tanto bene»
«Tu sei buona e queste sono stronzate!» mi ripeté Bice mentre giocava con il casco e le chiavi del suo motore. Mi guardò in tralice «Quante volte dovrò ripetertelo ancora?»
Sospirai.
«Va bene, te lo ricorderò ancora tante volte, ma» tolse i piedi dalla scrivania e si avvicinò «tu sai di essere buona. Smettila di mettere in dubbio tutto di te stessa. Quanto meno le colpe. E se non ci riesci, allora perdonati per questi errori che non condivido e non vedo. Perché davvero. Io non li vedo. Li vede soltanto chi vuole che siano errori»
Ed era questo che mi piaceva di Bice. Aveva una personalità così varia che riusciva a rispondere ad ogni esigenza d’amica.

«Ieri la mia colazione è cominciata alle 7:30 di mattina e si è conclusa alle 10:30 circa di sera» raccontai due giorni dopo a Federica Metrello.
«Cristinuccia» mi guardò con occhi dolci. Sapeva del Salvadanaio delle Virtù e di quanto mi potesse far stare male quella mia corruzione alimentare.
«E la gente continua a farmi arrabbiare. Certe conversazioni non riescono proprio ad uscire dalla mia testa»
«Si, ho letto su facebook»
«Non sono una prostituta di pensieri! Sono soltanto una scrittrice egocentrica alla quale piace mostrare ciò che pensa ed immortalare le proprie riflessioni di fronte a tutti»
«Ma chi è stato a farti parlare così? Da quando pensi di essere egocentrica?» mi chiese meravigliata «Tu sei la ragazza che si imbarazza quando saluta gli adulti!»
«Chi vuoi che sia stato? Mi dispiace, ma ormai lo penso anche io. Forse si, sono una puttana di pensieri, quando sono nervosa e collegata su facebook. So bene che questa cosa dà fastidio a molta gente. Ma a tanti altri piace. Piace quanto a me»
«E questo ti esalta?»
«Ti sembra?»
«Si»
«Bene, allora sono l’esaltata puttana di pensieri!»
«Ahah»
«E comunque non mi imbarazza salutare gli adulti! Soltanto che non so a chi dar del lei e a chi del tu. Cosa posso farci se l’educazione può risultare scomoda?!»

Era da un po’ che non sentivo Viviana. Fu lei a chiamarmi un pomeriggio. Parlammo di alcuni acquisti che doveva fare e le consigliai un negozio che di era aperto da poco in centro.
Quando chiusi il telefono, mangiai un’arancia e misi la tuta. L’intenzione era di andare a fare jogging. E lo feci. La mia resistenza era aumentata.
E poi improvvisamente capii. Non ero insicura perché debole o incapace. Ero insicura perché già sapevo, già avevo intuito che la vita è imprevedibile, è incerta e non sarei mai dovuta essere troppo sicura di me perché poco sarebbe dipeso da me nei momenti di malattia e guerra. Sapevo di essere un’entità troppo piccola e indeterminata per avere certezze, sicurezze su questa vita che di statico e prevedibile ha ben poco. La morte e il meteo.

Avevo voglia di sculacciare un paio di persone con una katana. Non capisco perché la gente si ostini a star arrabbiata e a non voler comprendere.
Da chi gioca con il fuoco ci si aspetta che sappia ben reagire alle scottature. Ma non è così. Non sempre è così. Ma come posso spiegare che l’amore è fuoco e che dunque tutto quello che ne deriva oltre ad essere rischioso, urticante, deve portarci a capire l’altro anche quando arriva la fine? Se amiamo una persona, e questa va via, per amore suo e delle sue confusioni, dobbiamo saperla amare comprendendola. Dobbiamo controllare la nostra rabbia, il nostro egoismo. L’amore non si può imporre, né le sconfitte dovrebbero inacidire le vite di chi abbiamo amato.

Dato che l’alto tasso di agitazione che avevo in quei mesi non decideva a scendere, a subire alcuna inflazione, presi una decisione, feci una scelta. Una delle più naturali per una donna. Andai dal parrucchiere, con Federica Metrello. Non era bastato cambiare il colore due settimane prima. Entrambe lasciammo che ci tagliassero i capelli. Era stranissimo sentirli finire così presto, ma era fortificante. Si dice che tagliare i capelli, li rafforzi alla radice. Probabilmente è vero. Ma a noi donne ci fortifica anche la radice dell’anima. Con un caschetto biondo, tendente al rosso, sembrava che potessi dominare qualsiasi imprevisto, qualsiasi conflitto.
Ed un’altra cosa mi era chiara.
«Le uniche persone che potrebbero uccidermi senza che io opponga resistenza alcuna, sono parrucchieri e massaggiatori» dissi a Federica.
Gli allenamenti sul lungomare continuarono.

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