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mercoledì 16 maggio 2012

Intervista a Michele Colombo, Professore presso l’Università Cattolica di Milano


Docente di Storia della Lingua Italiana presso l’Università Cattolica di Milano e di Brescia, Michele Colombo possiede un curriculum vitae intenso e carico di attrattiva. Oltre a vantare un elenco nutrito di pubblicazioni, è stato visiting professor in numerose università all’estero, tra le quali spiccano quelle in Russia, Ungheria e Australia. Di seguito, una breve intervista sulla lingua e sul romanzo italiani.

Romanzo contemporaneo in Italia. C’è chi sostiene che sia in atto un decadimento del gusto del pubblico ed un imbarbarimento dello stile e dei contenuti da parte degli autori. Qual è il Suo parere al riguardo?
Credo non si possa generalizzare. Lo dico, per la verità, da semplice lettore, visto che l’argomento non rientra tra quelli di cui mi sono occupato nella mia attività di ricerca. In ogni caso, mi pare che le sciatterie, di contenuto e di forma, siano più di alcuni che dell’insieme. E mi riferisco all’impiego di sesso e violenza per puntellare una trama altrimenti fragile fragile, oppure a tratti del parlato che non sono motivati artisticamente, ma denotano semplicemente incuria. Un esempio in positivo: Giuseppe Pontiggia, un autore che apprezzo molto per la sua umanità e che ha sempre mostrato una scrittura curata e semplice al tempo stesso.

Nella lingua letteraria e nazionale cos’è mutato rispetto al secondo dopoguerra? Quali sono i cambiamenti linguistici oggi più manifesti?
Il primo cambiamento fondamentale, per quanto riguarda l’idioma nazionale, è certo che l’italiano è ormai parlato correntemente pressoché dalla totalità dei cittadini italiani: da quest’uso quotidiano della lingua discendono poi una serie di mutamenti, principalmente nel senso di una semplificazione, in particolare sul piano morfosintattico, delle strutture. Si tratta spesso, d’altronde, di caratteri che già da secoli sono presenti nella storia dell’italiano, come l’uso di gli per ‘a lei’ (basta leggere Boccaccio) o l’impiego della dislocazione a sinistra (il tipo Il giornale lo compra mio padre), che nel parlato sostituisce spesso l’uso del passivo con complemento d’agente espresso (Il giornale è comprato da mio padre).

Il romanzo dell’Ottocento. Lei ne parla in una Sua pubblicazione. Manzoni e Verga, un milanese e un siciliano, un asse di unità linguistica. Ci indica il punto di convergenza della lingua in questi due autori?
Il punto di convergenza − considerando la produzione narrativa − è, mi pare, duplice: per un verso si tratta senz’altro dell’Italia stessa, cui entrambi intendono parlare con una voce che, per dirla con Verga, venga da «polmoni larghi»; d’altro canto sia l’uno sia l’altro sono concentrati, pur con prospettive molto diverse, sul mondo degli umili, cui vogliono dare una voce dignitosa: è una stima per la realtà popolare che credo costituisca anche un punto importante dell’identità italiana.

Adesso, procediamo a ritroso: lei si interessa anche di grammaticografia secentesca e di volgari medioevali. Qual è la fase più affascinante, più incisiva per l’evoluzione linguistica?
Sono davvero in imbarazzo nel rispondere, anche perché, ogni volta che nei miei studi passo a un ambito nuovo, sia dal punto di vista cronologico sia da quello tipologico, mi appare, almeno all’inizio, molto più appassionante di tutti quelli che ho affrontato fino ad allora. Direi che quel che importa per rendere affascinante un argomento è cogliere il nesso che lo lega a una visione d’insieme: se questo c’è, il gusto dello studio non può mancare.

Dal 19 al 22 marzo si sono svolti cinque incontri sui dialetti italiani con la professoressa Maria Desyatova dell’Università Ortodossa di Studi Umanistici San Tikhon (Mosca). Il dialetto colora la comunicazione, in esso troviamo colloquialità spontanea. Può in alcuni casi essere definito anche aulico ed elegante?
Senza dubbio. Anzi, direi che nella poesia dialettale contemporanea − basta citare Franco Loi − l’impiego dell’idioma locale si è spesso connotato più per il tono raffinato che per il legame con la tradizione popolare.

Può essere sbagliato insegnare i dialetti nelle scuole?
Non credo che il dialetto debba essere inserito tra le materie scolastiche: il che non significa, beninteso, che il suo uso debba essere represso dagli insegnanti o che − soprattutto nella scuola media superiore − l’insegnamento dell’italiano non sia arricchito da riferimenti al vernacolo locale. Ma il problema attuale della scuola mi pare la ridefinizione dei saperi fondamentali su cui concentrare l’attenzione degli alunni, non quello di aggiungere nuove materie; per il dialetto, tra l’altro, sarebbe difficile trovare docenti preparati, soprattutto nel caso si trovino a insegnare fuori dalla propria città d’origine.

Concludiamo l’intervista con una richiesta assai meno didattica: ci saluti in antico vernacolo milanese.
In antico milanese? Per la verità, arrivo a malapena al milanese moderno: ve salüdi!

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