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mercoledì 7 agosto 2013

Il labirinto del Lupo. Intervista allo scrittore e docente universitario di letteratura italiana contemporanea

Senso di labirinto ci dà nell’immediato la struttura del libro “Viaggiatori di nuvole” di Giuseppe Lupo, autore e docente universitario di origini lucane.
Non un labirinto consueto e squadrato quello mostratoci, bensì un labirinto casuale e scalzante: i corridoi del giardino macchinoso della storia sembrano prodursi e materializzarsi nell’istante stesso in cui protagonisti e cooprotagonisti agiscono.
I cambi di scena, le fughe, i viaggi, i linguaggi e gli eventi improvvisi che si susseguono surreali ci disorientano nel labirinto del Lupo scrittore.
Narratore legato alla fantasia quanto alla realtà, mi prendo la licenza di descriverlo dal sorriso d’autore buono in copertina, quanto rigoroso nelle aule d’esame.
    1) I nomi dei personaggi, l’uso della lingua, tutto gioca prodigiosamente affinché ogni cosa venga ricordata. Così il nome di Zosimo Aleppo ritorna alla mente anche dopo la lettura. È scontato affermare quanto i suoni siano importanti nella narrazione, piuttosto ci potrebbe dire come nascono in Lei, da dove o attraverso quale gioco lessicale provengono? 
    Ciascuno di noi, a mio parere, possiede una lingua primordiale, una lingua materna che forse preesiste a quella che impariamo a usare per convenzione. Qualche decennio fa questa idea era stata affrontata da Pasolini e prima ancora di lui da Pascoli. Entrambi pensavano a una lingua pregrammaticale, il dialetto o i suoni di un bimbo. Qualcosa di simile penso anch'io. Credo in una lingua onirica, che ci viene da pronunciare quando siamo appena svegli, quando stiamo per passare dal sonno/sogno alla ragione. Insomma io sento una lingua che mi parla dentro quando sono distratto dai ricordi o dall'immaginazione e a questa lingua attribuisco molto credito. Molti dei miei personaggi o dei nomi di luoghi nascono, proliferano, si moltiplicano in questa lingua. E sono il frutto di ricordi, echi, proiezioni oniriche e fantastiche.

    Giuseppe Lupo
    2) Sin dalle prime pagine si scopre un Lupo-cantastorie. Durante tutto l’arco della lettura ci si immagina la voce dello scrittore, del narratore che vuole stupire, del menestrello. Non esagero quando scrivo che qualche volta, leggendo, mi sono percepita come una bambina in piena età umanistica sorpresa ad un tratto ad ascoltare un cantore. Raccontare storie, lo si avverte, è per Lei qualcosa di naturale, primordiale come per qualsiasi autore vocato. So che “Viaggiatori di nuvole” nasce diversi anni fa, è una di quelle idee che si sviluppa nel tempo. Ci dica qualcosa sulla struttura e sulla storia della storia. 
    E' un romanzo a cui ho cominciato a pensare dal 1997. La storia da raccontare mi pareva bella già da allora, anche se ancora incompleta. Tutte le volte in cui mi mettevo al lavoro, però, mi sentivo non pronto, avvertivo di essere inadeguato. Forse non ero ancora sufficientemente attrezzato per andare avanti. Per cui abbandonavo il progetto e scrivevo altro. Due anni fa, quasi come una sfida, mi sono deciso ad affrontare questa storia. Mi sono detto: o la va o la spacca. Non potevo continuare a rimandare l'appuntamento con questo libro. L'averlo aspettato e immaginato per tanti anni, però, credo abbia dato alla materia il tempo di sedimentarsi bene, di maturare anche dal punto di vista del linguaggio. Insomma credo che abbia giovato alla storia non forzare.

    3) Azzardando nella critica letteraria di questo testo, vi si riconosce l’unione di vari generi letterari, quello fantasy ad esempio, richiamato dal viaggio e dall’avventura magici e fantasiosi; insieme ad un genere dal sapore umanistico e cinquecentesco, a volte, a ritroso, medievale. Il tutto attraverso uno stile e una narrazione che sembra consacrarlo al gusto da classico italiano. Il lettore si riscopre giovane per il piacere del viaggio inatteso, lontano dal tempo e dallo spazio; e adulto nell’apprezzamento dello stile. Ma quali sono i Suoi modelli letterari? Ci dica se ho sbagliato interpretazione. 
    Qualcosa di vero c'è in quel che dice quando parla di una certa mescolanza di generi. Mi affascina l'idea che un romanzo non sia soltanto il racconto di una vicenda, ma che sia anche altro, detto in più forme. A me piace tutta la letteratura che trasfigura la realtà, non la copia ma la riscrive, la reinterpreta, la immagina. Ciò significa, per esempio, che amo gli scrittori visionari: Boiardo, Ariosto, Cervantes, Faulkner, Marquez, Borges. Pero' amo anche l'epica, dalla Bibbia fino a Tolstoj, cioè il racconto del tempo e delle epopee.

    4) Zosimo, un Renzo esperto grazie alla voce guida di Van Graan. Questa un’ipotetica immagine del protagonista. Anche il personaggio principe di “Viaggiatori di nuvole” è infatti orfano ma, al contrario del Tramaglino manzoniano, sa che deve entrare nella città fingendosi “pezente e non mercadante” ed “evita le città affollate”. È più astuto, più attento. Zosimo è davvero un Renzo quattro/cinquecentesco che non si fa cogliere impreparato nonostante l’imbattersi di donne, di personaggi bizzarri e irrazionali? Durante la stesura Le è capitato di confrontare il Suo Zosimo con il Renzo della nostra letteratura (peraltro subito simili sonoricamente nel nome, il primo avente le lettere iniziali uguali alle ultime del secondo)? 
    Non avevo mai pensato a un accostamento tra Zosimo e Renzo, anche perché esiste uno sfasamento cronologico tra i due. Qualcosa in comune c'è: sono due giovani in cerca di qualcosa che fornirà a entrambi la possibilità di diventare adulti, uomini maturi.


    5)“Viaggiatori di nuvole” è il suo quinto libro e, giunta alla quinta domanda, mi piacerebbe sapere, oltre ai titoli dei precedenti romanzi, quale tra tutti ha per Lei più valore e quale ha avuto più significato grazie al pubblico. 
    Chiedere a un autore a quale dei suoi libri è più affezionato sarebbe come chiedere a un padre quale dei suoi figli ama di più. Nessun padre le risponderà indicandole uno in particolare e forse nessun autore le risponderà fornendole un titolo. Sono tutti miei figli, i miei libri, e non c'è uno che consideri più importante rispetto agli altri. Ognuno ha avuto una sua storia e una sua importanza. Diciamo però che "L'ultima sposa di Palmira", per il fatto di essere entrato nel 2011 nella cinquina del Premio Campiello, ha contribuito notevolmente a farmi conoscere più di quanto non avessero fatto i precedenti romanzi.

     6) Premi letterari. Ci parlerebbe delle Sue esperienze? Ha sentito parlare del programma di scrittura Masterpiece che presto andrà in onda su Rai3? Cosa ne pensa? I premi sono un gioco, vanno affrontati con un'aria scanzonata e disincantata. La loro serietà dipende soprattutto dalle giurie e da una serie di altri fattori. Pochi però sono i premi che fanno vendere copie e spesso questo fattore deriva più dagli echi e dalle polemiche che dai meriti e dalla qualità delle opere selezionate. In ogni caso, cimentarsi non fa male. Tutto ciò che fa circolare titoli e autori che ben venga. Così come siano i benvenuti i concorsi (seri) per scoprire talenti. 


    7) Collaborazioni giornalistiche. Scrive per l’Avvenire e pubblica racconti a puntate su Il Mattino. Quanta importanza dà alle pubblicazioni giornalistiche? 
    Oltre che su Avvenire e Il Mattino, voglio ricordare che scrivo anche sul domenicale del Sole-24Ore. Considero le collaborazioni con i quotidiani un esercizio estremamente importante: ti dà una dimensione militante, favorisce un contatto diretto con i lettori, ci permette di essere sempre aggiornati. È una maniera di stare in trincea. E poi aiuta a maturare una capacità comunicativa nell'espressione scritta.

    8) Tornando indietro, a prima dei premi, prima delle pubblicazioni… Lei come nasce? Qual è stato il Suo evento-svolta? E cosa privilegia nella vita tra la narrazione e la carriera accademica? 
    Prima come lettore, poi come autore nasco grazie a un evento che ha cambiato la mia (e non solo la mia) vita: il terremoto del 1980, quello passato alla storia come il terremoto dell'Irpinia. A quell'epoca vivevo in Lucania, frequentavo l'ultimo anno del liceo e improvvisamente, in novanta secondi di apocalisse, tutta la civiltà in cui avevo le radici è sparita dalla faccia della terra. Circondato da un senso di desolazione e di morte, quell'inverno ho scoperto i libri, ho capito che potevano riempire il vuoto prodotto dalla fine di una civiltà e di una memoria. Sono nato come lettore e poi, quasi automaticamente, come scrittore. Quanto alla sua seconda domanda, non c'è sovrapposizione o concorrenza tra il lavoro di scrittore e quello universitario. Sono due strade parallele, seguono traiettorie e finalità diverse. Non a caso, ho due tavoli, due computer, due penne... E ci lavoro in giorni diversi, quasi fosse una forma di sdoppiamento (o di raddoppiamento).


    9) Qual è il suo prossimo progetto? Sempre se ci è data la possibilità di saperlo in anteprima. 
    Sto costruendo un romanzo a cui penso paradossalmente da prima ancora di nascere, cioè da sempre. È una storia di cento anni che si ambienta in una casa, narrata dalla bocca di un uomo che pensa attraverso mille lingue. Il progetto va maturando ancora, per cui sarebbe inutile aggiungere di più. 



    10) La ringrazio per la Sua splendida disponibilità. Le chiedo ora un saluto per i lettori, anche in lucano o come farebbe uno dei suoi personaggi. 
    Le rispondo come avrebbe parlato Erasmo Van Graan, che e' il proprietario della stamperia in cui lavora Zosimo: "Ricordateve che lo mestiere più belo xe far fantasticulare li huomini".

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