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lunedì 4 novembre 2013

Che donna intelligente era stata

(Nota dell'autrice: le ipotesi di come le vite si possano sviluppare sono, anche loro, fonte di immaginazione, di racconti e autoanalisi. Ecco dunque una nuova novella, questa volta di una misandria più nascosta, quasi-misandrica.
Spero sempre che la mente del personaggio non venga confusa con la mia. D’altronde non si può scrivere solo di rose e fiori, di cui ho anche scritto. Se la scrittura è un gioco, allora è bene spaziare nelle immedesimazioni e nei generi. Enjoy this short read.)



Che donna intelligente era stata.
A  ventidue anni aveva già pubblicato due saggi di sociologia contemporanea, scriveva su più testate giornalistiche, stava concludendo il suo primo romanzo e studiava scienze della formazione.
Le si prospettava un avvenire non comune, quando aveva improvvisamente deciso di smettere. Aveva capito che, dopo il fascino per le figure forti, quelle libere che scardinano dalla terra anche il resto della società, dopo il fascino, non restava che l’infelicità. Aveva, ancora peggio, compreso che era l’infelicità ad alimentare tutta la grandezza delle personalità nelle quali finiva per riconoscersi e nelle quali voleva riconoscersi.
Così si era trovata ad un bivio tragico, uno di quelli in cui si decide per la cosa più difficile, più contronatura, la più conveniente per il dopo.
Aveva capito perché per secoli le donne erano rimaste in disparte: se fosse ritornata in disparte anche lei, come le tante altre del passato e del presente, allora sarebbe stata finalmente normale, felice, fresca.
Ma come poteva essere così? Doveva scegliere se guidare o lasciare le redini, lasciare la frizione, lasciare qualsiasi meccanismo di sé, rideponendo la sua sbocciata vita a forze che non conosceva. Doveva ritornare formica tra le formiche, e doveva andare nella loro stessa direzione, perdere quell’abitudine a baciarle contromano.
Nessuno in città avrebbe pensato che sarebbe finita così. Chi la conosceva aveva da tempo capito che il suo sguardo superbo era soltanto determinazione mista a desiderio di sognare. Era la superbia dell’arte e della rarità. Chi poteva condannare quel tipo di sentimento? Dopotutto creava uno sguardo così bello, così colto. Sì, era lo sguardo dei colti, non degli accademici, i colti quelli che avevano compreso come la propria vocazione e la propria strada andassero in un verso unico.
Ma lei aveva cambiato direzione. D’altra parte era una che guidava, le piacevano le marce. Avrebbe saputo mettere il cambio automatico per lungo tempo?
Il suo era un animo tormentato. Aveva mollato tutto per capire se sarebbe finita quella sensazione al ventre, se quelle tormente interne, afose, avessero smesso una buona volta, se anche lei avesse smesso con sogni, ambizioni. Lei si era fermata. Ora, ferma, pensava che non doveva fare nulla. Non aveva responsabilità verso gli altri, né verso se stessa.
Il trucco fu facile perché si basava sul trucco.
Smise di ascoltare telegiornali, di informarsi. Cominciò a badare solo ai propri capelli e all’estetica. Le sembrava di aver trovato l’incoscienza. Era di un’incoscienza che odorava di secoli, millenni, odorava di ogni donna rimasta nascosta nella storia, di quelle che i libri non li volevano neppure regalati. Sarebbe stata la mummia della miglior vita.
Che donna intelligente era stata.
Venti anni dopo nessuno diceva nulla di lei. A vederla in auto, in casa o per le strade, era uguale ai cliché delle donne-pubblicità, era uguale a tutte coloro che nel Duemiladieci sembravano senza pensieri. Era una di quelle che, ad osservarla, veniva da chiedersi come facesse a vivere così. In quel modo. Viveva, viveva e basta. Puliva casa, usciva, si faceva bella, pranzava con il marito e aiutava i figli a studiare, i figli così belli che somigliavano al padre per diligenza e nei sorrisi.
Ci si chiedeva come avesse fatto. Come era riuscita? Come aveva potuto?
Che donna intelligente era stata.
Era stato mentre metteva il latte a tavola e serviva la colazione alla famiglia che amava, che una mattina andò in onda l’intervista ad una venticinquenne dal maglione blu, a collo alto. Aveva vinto un premio letterario under 30. Una giornalista della Rai le poneva una domanda dopo l’altra e la ragazza rispondeva umile, come se quella vittoria potesse essere considerata una prova per la propria anima.
Nel frattempo la colazione stava continuando al di qua dello schermo; i bambini e il marito mangiavano senza prestare attenzione all’intervista. Le palpebre della donna invece andarono su e giù due volte.
Che donna intelligente era stata.
Chi avrebbe capito? era l’unica domanda che si era posta venti anni prima, prima di fermarsi, e che ora non si poneva più.
Erano giunti poi i suoi sessantadue anni e aveva preso l’abitudine di raccontare il proprio passato ai nipoti, oltre che curare il giardino di casa. I bambini stavano entrando in soggiorno accompagnati dal genero, quando una mattina verso mezzogiorno era stata invitata in tv una scrittrice di quarantacinque anni per pubblicizzare l'uscita del suo quarto romanzo.
La donna cambiò canale, sintonizzandone uno per i nipoti.
Che donna intelligente era stata.
A ottantadue anni apprese che la vincitrice del premio Nobel per la Letteratura di quell’anno era stata scelta tra due sessantacinquenni, entrambe italiane.
Non ricordava più dove avesse messo il suo ultimo pensiero scritto, dove avesse segnato l’ultimo pensiero prima di fermarsi. E quando in un pomeriggio sonnacchioso sognò bizzarramente le parole che aveva scritto sessant’anni prima, non se ne rese neppure conto. Una figura giovane, brillante, che prometteva, parlava, alzata proprio di fronte a lei.
Non so quale maledizione mi colpì, ma fui costretta a non innamorarmi mai delle cose reali nonostante fossi avvezza da sempre alla verità e la ricercassi continuamente. Gli uomini di cui mi innamorai, quando erano belli per me, erano brutti per gli altri; quando li vedevo intelligenti, erano visti sciocchi; quello che poi mi pareva il più buono, fu il più cattivo; il più simile a me, il più diverso; il più affascinante, il più grezzo; quello su cui avevo maggiori aspettative, si rivelò il più deludente. Quando capii che si trattava di una maledizione, perché non poteva essere altrimenti, mi chiusi dentro la cucina e bevvi tutta l'acqua che riuscii a introdurre nel mio organismo. E aveva un senso tutto quello che feci. Dopo infatti uscii. Ne avevo voglia. Ero piena e gli altri mi vedevano piena. Ma quello che seppi solo io fu che, non l'acqua, non la fantasia, ma le frivolezze mi facevano vedere come gli altri. La leggerezza dello spirito, e non del corpo, fa vedere il presente. Ero pesante d'acqua, ma il mio pensiero aveva il peso delle zucchero filato. Ero finalmente un pò più sciocca e un pò più felice
Chi avrebbe capito?
Che donna intelligente che era stata.



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