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martedì 12 novembre 2013

L'Isola delle Femmine

(Nota dell'autrice: semi-misandrica ancora una volta. Comincio a divertirmi a inventare storie di questo genere. C'è un fiabesco, un leggendario, nella misandria. Un certo mistero dovuto alle persone che decidono di stare sole o parzialmente tali. Comunque sia, credo che ormai "misandrico" è il tema di un mio progetto. Dopotutto potrebbe essere un modo per unire letterarietà e consumismo. Vedremo...)    




Non so descrivere il cielo che c’era il giorno in cui andai a vivere sull’Isola delle Femmine.
Di fronte a me, sull’autostrada, una massa alta e grigia, scura, era bucata dalla luce del sole. La luce creava un effetto straordinario lungo i bordi delle nuvole. Poi, volgendo verso la mia destra, oltre il finestrino, tutto era come graffiato, stracciato, e mentre la macchina correva, notavo tutti i blu, gli azzurri accesi e i celesti limpidi che andavano ad alternarsi a quelle nuvole lacerate orizzontalmente, fino a raggiungere il mare basso. Ero lontana dalla materia e rischiavo di svenire, di annullarmi, per la bellezza di quella natura così grandiosa e che non vedevo da tanto. Non parlavo con il conducente e temevo che mi chiedesse ad un tratto cosa stavo pensando. Lo temevo perché ero come in estasi. Giuro che quanto detto, per come è stato detto, non descrive neppure lontanamente ciò che si presentava di fronte a me quel giorno. So di non essere riuscita a farvi vedere ciò che ho visto, perché quel cielo non è facile da descrivere.
Stavo accompagnando mio fratello ad un appuntamento di lavoro. Il conducente era lui. Guidò fuori dall’autostrada e dopo venti minuti ci ritrovammo in una località di mare. Posteggiò su uno spiazzo di cemento ed entrambi scendemmo. Voleva che tenessi le chiavi, mentre lui andava dentro un ufficio a sbrigare cose di cui mi interessavo a puntate. Stetti appoggiata allo sportello per un po’, guardavo il mare e l’Isola delle Femmine che calamitava di fronte i miei occhi.
Misi l’allarme alla macchina e posai le chiavi in tasca. Mi mossi mollemente sino a scendere un gradino e toccare la sabbia. Avanzai tanto da raggiungere le prime onde. C’era una barca di legno, l’avevo vista da lontano, i remi stavano uno dentro e uno sulla spiaggia. Presi quello fuori e lo gettai dentro insieme all’altro. Mi guardai attorno, non c’era nessuno, non avevo la possibilità di avvertire nessuno, non ascoltai il senso di responsabilità e seguii soltanto l’istinto. Spinsi la barca in mare, tolsi le scarpe e le gettai insieme al maglioncino tra i remi. Alzai i jeans che si erano già bagnati  sino alle ginocchia. Tastai la mia tasca, estrassi le chiavi della macchina e le poggiai su una roccia lontana dal mare, vicino a dove avevo trovato la barca. Era il mio baratto con il suo proprietario. Mio fratello non avrebbe voluto che me ne andassi, tanto meno che lasciassi le chiavi della sua auto costosa su uno scoglio ad un pescatore. Ma lo feci con tutto il gusto della libertà. Non potevo farne a meno. Salii sulla barca, sentendo il legno sotto i piedi. Cominciai a remare e ci vollero un’ora di voga, di slancio e respiro, e due pause sotto al sole e alle nuvole.
Pregai anche. Ma non la preghiera di chi chiede un buon mare o dei marinai che chiedevano un ritorno. Io chiesi che nessuno arrivasse a turbare o invadere la vita che avrei creato.
Andai a vivere sull’Isola delle Femmine. Una delle mie abitudini laggiù fu di correre attorno a quella terra, per conoscerla. Correre lì significava avere continuamente lo sguardo sul mare, verso il cielo, essere come i gabbiani. Era tutto quello che mi serviva.
Quando ancora non abitavo lì, avevo sempre rimproverato alle mie amiche la loro sciocca scommessa sul rapporto a due: rimproveravo quelle che ponevano la loro attenzione su, non l'amore, ma solo sul rapporto a due, il loro malato voler trovare qualcuno a tutti i costi.
<<Ca siti foddri (trad. “Che siete folli”) >>, l’avevo ripetuto tante volte alle loro teste.
Ciò nonostante avevo anche ammesso che avrebbero dovuto rimproverare pure me, che avevo focalizzato tutto sull'amore e non sul rapporto a due. Avrebbero dovuto rimproverarmi per le mie ossessioni e allora forse non mi sarei trovata lì, sull’Isola delle Femmine.
Un giorno mi giunse una notizia triste da parte di un’amica e allora spinsi la barca con il piede verso il mare e ripresi a remare. Ritornai. Dovetti fare di più. Stavo andando a prendere quella ragazza che conoscevo da tanto. Piangeva, piangeva e voleva parlare. Ma io non volevo avere tempo per ascoltare quelle lagne su uomini che prendevano in giro le donne. Allora le dissi di stare zitta, la trascinai a forza sulla barca. Ricordo perfettamente di averla presa per i capelli, con una certa violenza, e poi strattonata sulla barca. Dovetti remare, remare, remare molto veloce e senza sosta, e ripetere quella preghiera che sino ad allora era stata ascoltata. Nessuno, speravo, sarebbe dovuto arrivare a disturbare.
Piano piano avevo riempito quell’isola. Non tutte le femmine che vennero ad abitarvi avevano avuto bisogno della mia autorevolezza, alcune giunsero da sole. Una addirittura arrivò a nuoto, fu quella che mi stupì più di tutte. Di tanto in tanto qualcuna se ne andava. I periodi di permanenza variavano da femmina a femmina.
Le regole le dettavo io, che vi abitavo da più tempo e avevo ormai braccia quasi da uomo, e per questo mi condannavo un po’. Cambiavo atteggiamento in continuazione, a volte severa, altre volte democratica, altre ancora anarchica o selvaggia.
Quando l’unica regola fu decisa e venne rispettata, una certa stabilità, compattezza, dipinse il cielo.
Io fui la prima ad arrivare, ma non l’ultima ad andarsene. Ricordo il giorno in cui andai via, erano passati tre anni dal primo. Portai con me la barca, ne erano state costruite altre, per questo avevo voluto portarla via. Quando giunsi sulla battigia, trovai le chiavi dell’auto di mio fratello là, dove le avevo lasciate, sulla roccia. Decisi quindi che il baratto con il pescatore non si era concluso o era da ritenere decaduto. Presi le chiavi, per sicurezza le misi in tasca, e salii sul gradino di cemento cinquanta passi più avanti. La macchina era ancora là e sbuffai, sapevo che mio fratello non aveva ancora finito. La vita sull’Isola delle Femmine però vi dico che era esistita davvero, per tre anni. Era il cielo, solo il cielo era difficile da spiegare, così strappato, come graffiato per esteso da sinistra verso destra sopra quell’autostrada. 

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