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mercoledì 25 dicembre 2013

Trenetterario


(Scorrere alla fine del brano per la nota dell'autrice)
 
 
Una vecchia signora dai capelli cotonati si rivolse alla donna che aveva accanto e con tono squillante le disse di fare attenzione. Entrambe avevano i volti incartapecoriti e stavano salendo sul treno davanti agli occhi curiosi di G.L., un giovane di ventotto anni.
Dalla banchina del binario cinque diretto a Como, lui osservava da parecchi minuti quante più persone poteva. Fece passare avanti una ragazza carica di libri, che pensò dovesse essere una studentessa, poi andò a prendere posto.
G.L. stava cercando storie, aveva bisogno di un soggetto. Non sembrava un uomo ansioso di successo, ma lo era: vicino ai trent’anni temeva di non saper più raccontare, soprattutto temeva di non esserne all’altezza.
Da un po’ si era convinto che la letteratura del nuovo millennio appartenesse alle donne, era bizzarro, ma per lui era come se il mondo si fosse capovolto. A partire dall’Ottocento i grandi autori cominciavano ad essere le grandi autrici. Le scrittrici avevano dato vita a capolavori della letteratura e ora, giusto ora che lui aspirava a divenire uno scrittore popolare, ora erano le donne che vincevano. Era nato nel secolo sbagliato.
In mente gli venivano innumerevoli nomi di autrici. Tutto ciò di più gradito nella contemporaneità era produzione loro. E se un tempo alle grandi scrittrici veniva riconosciuta una mente da uomo, ora era G.L. che si riconosceva un intelletto femminile. Il problema era proprio questo, lui si sentiva sdolcinato, soggettivamente troppo delicato, allo stesso modo di come da lettore giovane e casalingo aveva reputato Petrarca. Gli uomini ormai scrivevano cose svenevoli e talmente sciocche che mancavano di letterarietà, credeva. I nomi delle autrici gli si ripresentavano continuamente come pensieri fissi e ripetitivi. Austen, Alcott, Rowling, Rhimes. Jane, Joanne, Joìne. Tutti nomi che gli martellavano la testa.
Austen, Alcott, Rowling, Rhimes. Jane, Joanne, Joìne.
Poi si distrasse. Il treno andava verso Como, era partito da diversi minuti, fuori dal finestrino il paesaggio scorreva veloce e sfocato: a G.L. ricordò uno dei quadri plurisignificantisti visti durante una mostra al Palazzo Reale.
Quel passeggero di idee tornò ad osservare le persone a lui più vicine. La ragazza universitaria era sparita. A fianco a lui una donna sui quaranta era a telefono e non faceva nulla per non fare sentire la propria conversazione. Tuttavia lui non ne fu infastidito, al contrario si dimostrava curioso in ogni cosa.
Senza accorgersene G.L. continuava a ritrarre impastosamente le labbra, come se volesse ingoiarsele. In tutto lui sembrava impastato, la sua voce era impastata, la sua bocca lo era. Era un uomo impastato perché pensava troppo, era impastato nella testa. Ma se qualcuno gli avesse chiesto cosa significasse, lui non avrebbe saputo dare una risposta.
La barba scura, curata, e il suo muovere la bocca a quel modo avevano richiamato lo sguardo della donna al telefono. Lui non sembrava averci badato, tanto era pensieroso.
Sentiva di stare vivendo un’età di ribaltamento. Era come durante un rapporto con l’altro sesso, quel momento in cui la donna decide di stare sopra. Il suo era il sesso ribaltato. In letteratura, in economia, in politica, in ogni cosa.
Aveva smesso di fare smorfie, perso in tali pensieri che credeva ora eccezionali e lungimiranti.
G.L. venne distratto di nuovo, questa volta da una conversazione.
<<Scrivere troppo correttamente sarebbe sbagliato: viviamo in un mondo la cui lingua è decisa dagli strati sociali più bassi. Per essere realistici bisogna essere un po’ ignoranti o scorretti e inopportuni>> disse una voce maschile da dietro il sedile. Il ventottenne pensò che ad aver parlato dovesse essere un professore.
G.L. non aveva mai studiato a scuola per motivi di salute, era un autodidatta, e per questo soffriva di timidezza: il suo comportamento impastoiato, per lui, non era come un virus, come una febbre, ma era vissuto come un malessere cronico, da ciò ne soffriva, non senza ormai un po’ di affezione.
Autodidatta impastoiato, alle parole udite, sembrò illuminarsi. Anche se non era stato mai accademicamente brillante, aveva un buon intuito e un discreto senso di osservazione critico-editoriale. Si definiva bifronte per il suo essere bloccato e infinito.
G.L. vide la donna a fianco a sé chiudere la telefonata e allontanarsi lungo il corridoio della carrozza del treno.
<<Concordo in ciò che dice, Professore>> fece una nuova voce, questa volta femminile, ancora dietro le spalle di G.L., il quale si scoprì compiaciuto di aver individuato la professione dell’uomo.
<<Bisogna aggiungere che se fino ad un secolo fa i maschi venivano iniziati nelle case di tolleranza>> il Professore cominciò una nuova considerazione <<adesso gli uomini sono i giocattoli giovani, belli, ricchi o maturi delle donne. L’iniziazione avviene nel peggiore dei modi. Sono sempre le donne a farli cambiare, ma solo secondo i loro gusti, i vostri gusti, sempre se non li prendete per poi lasciarli appena stanche>>.
Un mezzomisogino, ecco cos'era!
<<Professore, credo che lei abbia ragione su tutto, ma per secoli ci siamo oscurate>> continuò la voce giovane e femminile <<la nostra, fosse rivalsa o vendetta, è ad ogni modo come un nuovo senso del dovere. Sta tornando la ginarchia, il matriarcato>>.
<< È forse questo senso del dovere a farvi primeggiare? I dati delle aziende sono i primi ad affermare la vostra eccellenza amministrativa>>.
<<Forse; in letteratura però è causa dell’uomo, lo scavalcamento che subisce>>.
<<Si spieghi meglio>>.
<<Gli uomini hanno parlato per secoli delle stesse cose. Se volessi rimanere nella storia della poesia come hanno fatto loro, dovrei soltanto usare il linguaggio quotidiano, a tratti poetico, visionario; parlerei della fugacità del tempo, del ricordo, dell’età felice fanciullesca o descriverei le città e le folle; e se lo facessi con la nostalgia del passato allora verrei consacrata a classico>> ad un tratto la donna fece una pausa, non poco teatrale, e riprese dispettosa <<Tutti così questi grandi poeti italiani. C’è il rischio che diventino ridicoli da un momento all’altro, da un secolo all’altro. Si dice di loro che cambiano, che portano innovazione, ma hanno scritto tutti le stesse cose>>.
G.L. era esterrefatto per quella coincidenza, per quella conversazione così affine al suo pensiero, così radicale e severa.
A quel punto decise di alzarsi e andarsi a sedere dietro, con quei due passeggeri, in modo da potersi intrattenere nella conversazione.
<<È vero, bastano un’analisi attenta e una scrittura semplice, la semplicità dei tuoi anni, intendo. Prima o poi infatti sarà un linguaggio antico, classico e verrà qualcun altro a richiamare una nuova semplicità, che comunque rimane uguale alla tua, figliolo>> a quelle parole G.L. trasalì, era all’in piedi, bloccato. La voce era del Professore, ma seduto sui sedili non c’era nessuno.
<<Ma cosa...?!>> esclamò perplesso il giovane passeggero, trattenendo a stento lo stupore.
<<Trenetterario, trenetterario…>>
Trenetterario, trenetterario.
G.L. non capiva, era attonito; i sedili erano liberi: non vi erano figure da dove erano arrivate le voci. Lui si guardò attorno, non c’era nessun passeggero oltre a lui.
<<Ma cosa? >> ripeté.
<<Questo è un treno letterario, ragazzo. Trenetterario, trenetterario>>.
<<Non sai in che modo pensi? >> domandò ora la voce femminile.
<<Figliolo, non sai forse com’è fatta la tua mente?>> lo interrogò il Professore evanescente.
Sebbene invisibile, qualcosa doveva esserci, sonoramente c’era.
G.L. non rispose, aspettò che una delle voci seguitasse nella spiegazione.
<<Vedi, figliolo, tu sei un saggista, un critico, e la tua mente lavora così>> prese a spiegare la voce maschile <<come un treno>>.
<<Ci sono menti intellettuali che pensano veloci e seguono un percorso lineare. Ci sono poi menti come flipper: il loro pensiero si muove rapido, spinto di volta in volta da un lato all’altro, balzando, schizzando da una parte all’altra. Tan, tan, tan. Intellettuali, artisti che impazziscono presto. E infine ci sono menti con pensieri come cavalli: selvaggi, veloci, che scorrono senza un percorso stabilito, ma liberi di muoversi a seconda dell’istinto, del muscolo; e non dal solo Caso come per il flipper, e sempre più libero e bizzarro di un treno. Ma tu sei un treno, un treno moderno, veloce>>
Trenetterario, trenetterario.
Per G.L. era un crescendo di confusione, era disorientato. Non stava dormendo, non stava sognando. Cosa stava facendo per essere in quello stato?
<<Stai pensando e il trenetterario è il tuo essere impastato, ragazzo>>.
Ogni frase era una lezione di smarrimento. Più il tempo passava, più tutto perdeva senso. E quel "figliolo", quel "ragazzo", ripetuti in continuazione non facevano che dimezzarlo tra fastidio e rassicurazione.
<<La mia mente>> disse come febbricitante, ma ad un tratto desideroso di rimanere lì per spiegarsi <<Io mi conosco, so di essere anche irruente>>.
<<Si sente un cavallo, Professore>> rise la voce femminile.
<<Cara, lascia che parli>>.
<<Sì, sì, certo, ma resterà confuso per un altro po’, se lo lasciamo fare. E noi non saremmo qui se lui non fosse un trenetterario>>
<<Oh, suvvia, silenzio>> sbottò la voce dell'uomo accademico.
<<Qualche volta, qualche volta>> diede come risposta G.L. <<ho anche scritto qualche canzone>>
<<Oh, cielo! Ah, sì?>> la donna pareva ora cominciare a schernirlo <<E come fanno queste canzoni? Recitane una>>.
G.L. rimase un attimo fermo, indeciso, non sapendo se dovesse davvero ripetere un testo.
<<Sì, sì, forza>> incitò la voce-donna. E non ricevendo nessun diniego dal Professore, cominciò una canzone, che però non era sua:
 
Poesia che un poeta ubriaco decanta, magari mentre fa pipì in un vicolo
 
Il sole cambia colore a tutto,
e non è questione di luce.
La terra, la pelle, rossa;
i campi, i capelli, biondi.
Ma non è la luce.
Cambia come ustione e guarigione,
cambia come pennarello e altro.
Cambia come con il profumo.
Ma il Sole non è la Terra
E la Terra non cambia il Sole.
«E il vino?
Cambia, il vino, al sole?
Cambia forse colore?>>
Il vino non è la terra e la
Terra cambia il vino.
Il sole è poesia,
la terra sua poetica,
il vino fa poesia.
Ma la poesia è
quando qualcuno
decide di fare
di un vaneggiamento il genio.
Il non significato
scorrevole e
cantilenante, frenetico, succinto,
è poesia.
Il linguaggio diverso, uguale.
Il vino è poesia, non bevuto.
Il vaneggiamento
geniale è quello naturale,
sfinito, lacerato, imbrunito.
E il sole cambia i colori,
imbrunisce il vaneggiamento,
è poesia.
 
<<Oh, effettivamente potrebbe sembrare anche un cavallo, vedo che è un capitalista dal cuore di sinistra>> dovette concludere la voce-donna.
<<Forse è vero che chi scrive fiabe non può che essere di sinistra. Talvolta neppure i contadini sono vicini al popolo quanto i sognatori>> fece eco la voce del Professore.
G.L. credeva da tempo che esistessero due tipi di gente di sinistra. C’erano i comunisti poveri, tutti desiderosi di una ricchezza che non avevano mai avuto; e c’erano i sognatori, questi poveri spacciati, elitari ma altruisti, pensierosi ma reazionari, timidi ma passionali; quelli che se avessero potuto stare su una nuvola, ci sarebbero stati, a guardare giù tutti; quelli che amavano da lontano, per forze strane.
<<Non deve essere difficile trovare una storia per una mente così stilisticamente poliedrica>> aggiunse il Professore, come alleggerendo le preoccupazioni di G.L.
<<Qualcuno talvolta arriva e mi sottolinea come, fintanto che non si guadagna con essa, la scrittura non può essere intesa come attività lavorativa. Tengo a dire in mia difesa, in questo tribunale di econocentrici, che il lavoro è nato prima della moneta. Ma capisco che la visione edulcorata del capitalismo -che mi piace perché consente se non altro un cambiamento e un progresso dei vestiti, degli abiti del nostro tempo, che verranno prima o poi a distinguerci nei secoli- fa sì che venga confuso il lavoro con il profitto, l'amore con l'interesse e Banderas per un panettiere solitario tra spighe e mulini di un mondo bucolico e privato>> la voce-donna aveva assunto un tono diverso, da arringa, aveva parlato come se fosse un’avvocatessa per metà estranea a ciò che stava accadendo. Quell’attimo di alienazione dialogica stridette, ma tutto, ogni azione, era un continuo stridere con l’attimo precedente.
Dal finestrino da qualche attimo stava entrando una nebbia bassa e sottile; aveva già avvolto i piedi e le caviglie di G.L., andava spostandosi e ora si era alzata sino a che il ragazzo non poté distinguere più metà di sé. Si voltò, alla sua destra non vi era più il treno. Si trovava adesso in un luogo per metà treno per metà teatro. Materialmente laddove si allineavano i sedili del pubblico, lì cominciava la parte di treno che si estendeva alla sua sinistra. Come un modellino di cartone realizzato da un bambino per gioco, quell’ambiente destò l’attenzione completa del ventottenne.
Sulle teste del pubblico comparvero, fluttuanti, delle figure che a mano a mano andavano addensandosi. Un cavallo correva cavalcato da un uomo sopra gli spettatori che non si mossero, non vedendo ciò che stava accadendo. Ritratte non più sull’ambiente chiuso di un teatro, ma su un paesaggio verde, su una pianura materializzatasi lentamente sotto i soli occhi di G.L., le figure si avvicinavano.
Il cavallo correva e si avvicinava inarrestabile ad un uomo semialzato.
Il cavaliere tirò fuori la propria spada e una testa volò in alto, rotolando poi a terra con ancora un’espressione di scherno.
Il corpo senza testa ricadde in avanti, mentre il cavaliere e il cavallo si voltavano a guardare.
Poco distante e a loro invisibile, un terzo essere scosse il capo, desolato, e alzata una mano alla bocca soffiò verso la testa senza corpo. Questa si alzò da terra, avvolta da una luce brillantinosa, luccicante come paillettes, e volteggiò tre volte prima di andarsi a posizionare sulle spalle del proprio ex corpo.
Gli occhi del capo mozzato strabuzzarono e una risata risuonò. Il cavaliere corse via e quando l’altro uomo si alzò da terra, la testa gli scivolò dal collo: quasi perdendo l’equilibrio la prese tra le mani.
<<Ma cosa succede?>> domandò la testa al corpo; questo alzò le spalle.
"Come avrebbe potuto rispondere d’altronde?" si chiese G.L., immerso in quelle vicende. Ciò che era surreale per chiunque altro, a lui non appariva diverso dal quotidiano.
<<C’è chi è la propria testa e chi è il proprio corpo, raramente si è pienamente entrambi. Io sono la mia mente>> affermò la testa.
" E io sono la mia mente?" o era il suo corpo? G.L. si toccò la barba.
E chi era quell’altro? Quel cavaliere? G.L sembrava incuriosito solo dai personaggi e non da quell’inverosimile viaggio, dagli strani ambienti.
<<È sempre attraverso un punto di vista a noi esterno che ci rendiamo conto se siamo più mente o più corpo>> mormorò tra sé. Il pubblico-spettacolo-spettatore era tornato adesso alla sua destra e lui era di nuovo solo lì di fronte.
<<E l’altro ancora? Quello del soffio?>> continuò a mormorare a voce questa volta più alta, con l’apparente irritazione di chi si chiede perché la persona che sta aspettando sia in ritardo.
<<Doveva essere una divinità punita; in principio era un dio greco, che fu costretto a vivere in un’epoca di non credenti: nel Medioevo, laddove era stato spedito, nessuno più credeva a divinità bizantine, e lui pareva più una fatina che una divinità da temere>> G.L. si stava dando risposte come se sapesse davvero tutta la storia. Quel trenetterario non voleva arrestarsi. Quando sarebbe giunto a Como? Il pubblico applaudì, la gente si era alzata e la voce di una donna cantò Applause. G.L. pensò in quel momento che Lady Gaga fosse proprio brava, Appaluse gli produsse lo stesso effetto della Cavalcata delle Valchirie.
Svenne.
Quando aprì gli occhi si ritrovò alla stazione di Milano, sdraiato sulla banchina. Si raddrizzò puntando le braccia sulle mani.
Non c’era nessuno e si sentiva soltanto un rumore. Il giovane vide davanti a sé gli ingranaggi di un enorme orologio muoversi e incastrarsi di volta in volta, di ruota in ruota. Svenne ancora, a causa della sua fobia del tempo inarrestabile.
Si svegliò bagnato dalla pioggia. Riparò sotto la tettoia di una veranda in mezzo ad un giardino. G.L. si asciugò il viso, la barba nera sembrava più lunga di prima, tutta bagnata, e una voce iniziò a recitare una poesia. Il suono usciva come da un vecchio disco in vinile.
 
Piove. L’aria è calda,
dal tetto spiovente cade, scrosciante,
l’acqua.
Le tegole si lavano,
rinfresca la veranda,
l’odore dei pini.
Ora i tuoni,
ora sul cemento,
ora sull’oleandro,
ora sul limone.
Sul lacero, sull’acerbo,
ovunque cade.
Ora non si teme, si rilassa.
Sembra settembre,
gli undici anni,
il prima della scuola.
È stupendo…
<<Questa un’elegia…>>
… mentre l’albero di fichi,
nascosto da pioggia,
nasconde le griglie
di un barbecue.
<<…che è già finita>>.

G.L. svenne per la terza volta. Aperti gli occhi, si ritrovò in una selva oscura e seppe che il viaggio trenetterario sarebbe continuato ancora per almeno tre cantiche.


 

(Nota dell'autrice: cari lettori, la storia di G.L. è metafora del pensiero umano: partendosi infatti da un episodio contingente, materiale, di vita quotidiana (la partenza in treno), il protagonista giunge attraverso voli pindarici alla più alta ed elegante forma di pensiero, quella della poesia, del canto poetico, dell'arte, giunge a Dante. Non è forse questa la libertà propria di una mente intellettuale e pensatrice? Partire dalla materia per perdersi nelle riflessioni più ariose? I tre tipi di mente artistica (trenetterario, flipper e cavallo) sono poi similitudini nella metafora.
Indubbiamente radicali e provocatorie possono apparire alcune teorie dettate dalla mente di G.L, ma sono senz'altro motivate da paure e timori  propri del personaggio che, non per pregiudizio suo o per mia rivalsa, riprendono certe classifiche/statistiche capitate tra le mie mani e che mi hanno fatto riflettere. Dopotutto anche la paura di non essere all'altezza, ogni paura è umana e possibile; e ogni pensatore può formulare le teorie e le fobie più bizzarre e illogiche. Non per questo penso di essere caduta nel qualunquismo, nel pregiudizio, non penso di aver fornito falsificazioni, ma semplicemente ho estremizzato, ingigantito una paura. Lungi da me il pensare alla superiorità dell'essere in relazione al sesso, ciò non esclude che io possa scrivere anche testi di genere misandrico. Rimane un genere, non un voler affermare me o le mie idee, le quali non sono mai così radicali, sicure o rancorose.
All'interno di "Trenetterario" ci sono tra le altre cose richiami terminologici ad autori uomini, quali "bifronte", "dimezzato", con significato possibilmente diverso da quello usato dalla critica letteraria, ma che riprendono e ricordano figure certamente di spicco, tutte maschili, e che evidenziano il mio affetto e la mia stima per le figure della letteratura italiana in cravatta.
Il parere politico sui comunisti, invece, nasce da una semplice idea che qualunque semplice cittadino potrebbe formulare. Nulla di socialmente rilevante, un parere forse banale o forse che possiede un pizzico di verità.
La mia scelta di scrivere un dialogo dove tutti i personaggi concordano tra loro, infine, è ancora una volta frutto della metafora metaletteraria: rappresentano le contraddizioni che abbiamo, la nostra parte maschile e femminile, la parte maschile e femminile di G.L., la sua parte meditativa, matura e quella irruente, giovanile.
Questo racconto, secondo me, ha tante piccole verità, è un racconto non-sense.
Grazie per aver letto)
 


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