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sabato 5 aprile 2014

Intervista ad Anna Zinerco

Le 10 domande + 1 di Joìne.

Tra mazaresi e mazzarisazzi.


Anna Zinerco, di professione psicologa psicoterapeuta, è una delle persone più stacanoviste, con maggiore iniziativa e voglia di fare per gli altri, che io conosca. Ha scommesso e scommette tutt’oggi la sua carriera sul territorio e sulla Sicilia, ragion per cui la definisco “mazarese” con il massimo punteggio. Anna è una fonte d’acqua fresca in un campo sempre più arido e, scusatemi, ma la rarità e la bravura di certe persone necessitano le dovute sottolineature, perché bisognerebbe prenderle a modello, sopratutto laddove è più impervio e abbandonato il paesaggio in cui si opera. Se poi si collabora con persone così, tutto diventa una grande occasione.
Ora certamente lei si arrabbierà leggendo questi elogi, so che avrebbe preferito un’introduzione più ironica, ma chi c’a fari, Annù? Come potrei? Ci conoscevamo appena, quando mi hai fatto un’intervista (di seguito il link in cui se ne legge una parte: http://www.teleibs.it/cultura-e-sociale/650-intervista-a-giuseppina-biondo) e mi hai promossa sul web: tutto in maniera inaspettata e di conseguenza sorprendente. E adesso vorresti che  io fossi ironica? Non chiedermi di confondere l’ironia con la gratitudine! Le risate lasciamole alle nostre sere mazaresi e alle continue  e rinnovate “confessioni”.

1) Introduci la tua biografia. A che età ti è stato chiaro cosa volevi diventare? Quando ti sei resa conto di essere diventata la tua professione? Ti senti, infatti, più rappresentata dal tuo nome o dalla tua carriera?

Considerato che sono le 7.20 di venerdì mattina e che sono “arrossita fino alla punta dei capelli” per la tua introduzione, direi che ormai mi conosci…Allora, la mia biografia. Io dico sempre che “se fossi nata maschio, sarei diventata barbiere (come mio padre) ma, essendo una femmina, non ho potuto… ma continuo ad occuparmi della testa!”. Esattamente non ricordo quando ho deciso di diventare psicologa, ma al momento di scegliere tra Psicologia e Lingue, altra mia grande passione, mi sono detta: “Quale sarà la facoltà della cui scelta non mi pentirò mai, guardandomi indietro?” Ed eccomi qui. La mia, e tu che mi conosci lo sai, è una scelta d’amore. E come tutti gli amori, ci sono le rose profumatissime e le spine acuminate…ma che ci posso fare? Questo lavoro mi rende felice. Io sono una psicoterapeuta, nel senso che questo lavoro è profondamente parte di me, ma faccio anche la psicoterapeuta perché fuori dal lavoro io “stacco”: io non psicoanalizzo la gente che frequento fuori dal lavoro né gli amici, non faccio interpretazioni non richieste. È una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che frequento e del mio lavoro. Ma io sono ancora ben lontana da ogni compiutezza: ogni giorno mi rendo conto di quanto sia necessario studiare, e lavorare su di me. Io sono orgogliosa del mio nome: in ogni momento mi ricorda le mie origini, la mia rete familiare, la mia storia. Le mie origini mi danno consapevolezza, mi aiutano a ritrovarmi nei momenti di sconforto e mi danno l’energia per andare avanti. La mia carriera è un prodotto. È ciò che faccio. Ma sarebbe troppo riduttivo identificarmi con la mia carriera. È come se dicessimo che esistiamo solo quando siamo “in linea” su fb. Il mio lavoro è parte di me. Ma non siamo la stessa cosa. Io sono anche altro. E chi mi conosce “offline” lo sa.

2) Il tuo percorso studi? Come credi che debba essere l'istruzione nel tuo campo? Ti piace più l'ordine o il disordine nelle idee e nei progetti?
All’inizio dell’università ho fatto fatica a ad ingranare. Ho avuto delle difficoltà nel dare i primi esami. Quando poi ho cominciato non mi sono più fermata, e ad ogni materia prendevo gusto a ciò che studiavo. La gruppoanalisi, ossia la prospettiva secondo cui ogni individuo è psicologicamente parte di una rete di relazioni, è stata una grande scoperta che poi mi ha guidato nella scelta della mia scuola di specializzazione. Una folgorazione autentica è stata la psicologia dell’handicap con la prof.ssa Sabina La Grutta, che mi ha “iniziato” allo sguardo verso le famiglie, mentre la psicosomatica mi ha permesso di scoprire come il corpo sfoghi in sintomo le emozioni che non siamo in grado di pensare. Sento dire che la nostra facoltà è pesantemente teorica. Vero. Ma la teoria è fondamentale, lo capisci a posteriori. Tanto quanto lo studio e l’aggiornamento continui. Ma, poiché in questo lavoro si entra in contatto con le persone che soffrono, non puoi mettere davanti a loro studenti che non hanno né cognizione del problema né un’etica della relazione. Al dolore degli altri devi avvicinarti in punta di piedi con l’umiltà dell’ospite, non con la superbia del padrone.
Ma, poiché la tentazione di tutti gli universitari alle prime lezioni è di sentirsi già laureati, mi viene la pelle d’oca a pensare (e so purtroppo che è una realtà) a tutti quegli studenti che si lanciano in diagnosi e interpretazioni “classificando” chiunque gli capiti a tiro, pertanto ritengo giusto che la prima parte degli studi sia solo didattica e la seconda (i tirocini) più esperienziale. In questo i tutor hanno un ruolo chiave, perché insegnano l’etica del lavoro quasi prima del lavoro stesso.
È frustrante osservare e non fare, lo è stato anche per me, quando “mordevo il freno” per vedere pazienti. Ma ad oggi sono grata a tutti i professionisti che ho incontrato che mi hanno mostrato la serietà e la delicatezza della nostra professione. Nei progetti, adoro il caos creativo da cui poi si genera l’armonia, il disordine carico di energia che porta a scoprire nuove prospettive.

3) Quali sono i tuoi modelli e cosa credi di avere in comune con essi?

Modelli per me sono tutte quelle persone che ho incontrato e dai quali ho appreso qualcosa. I modelli sono i Maestri della mia professione, quelli di cui ho letto i libri (Freud, Jung, Lacan, Napolitani, Recalcati, ecc…) e quelli che uniscono la professionalità all’autoironia. Ad esempio Giulio Gasca, Maurizio Gasseau, Calogero Lo Piccolo, Nicoletta Livelli, Manuela Maciel, per citare persone che sento vicine professionalmente e affettivamente. E la mia tutor e magistrae vitae Alma Adamo, psicoterapeuta dell’Asp 9, che ho incontrato in un momento cruciale. Ma modelli sono anche alcuni colleghi, e poi anche amici e molte altre “insospettabili” persone che incontro ogni giorno e dalle quali “rubo con gli occhi e col cuore” elementi di grandezza e di bellezza, gesti di cura, capacità di entrare in relazione con l’altro. Maestri senza cattedra, ma indubbiamente ad honorem. A tutti loro va la mia gratitudine.

4) Un uomo o una donna con cui faresti coppia artistica?

Mariangela Melato, Anna Magnani, Totò, i tre De Filippo, perché nei loro lavori mi sono ritrovata spesso per il modo profondo con cui hanno raccontato la vita. Ma mi piacerebbe anche lavorare con Erri De Luca, di cui ammiro il modo di vedere e raccontare.

5) Ti senti più una professionista bambina, una ribelle adolescente o matura?

Credo di essere “adulta in divenire”, e professionalmente lavoro ogni giorno su di me per sviluppare un equilibrio dinamico per poter essere un riferimento saldo per i miei pazienti. Essere una professionista bambina per me significa pensare a questo lavoro come un modo per ricevere attenzione e gratificazione, per essere riconosciuti dalla gente per via del titolo di studio come se facesse diventare “un punto in più degli altri”. Essere una ribelle adolescente mi fa pensare alla trasgressione delle regole (del setting e della professione) che finisce con lo svalutare questo stesso lavoro, come la confidenza tra paziente e terapeuta o il non rispetto del segreto professionale, viste come “modernizzazioni”. La maturità professionale (rispetto alla quale sono solo agli inizi) secondo la mia visione è riscoperta consapevole del senso delle regole, comprensione della delicatezza di questo lavoro che porta ad entrare nelle vite degli altri, e un senso di pudore e di rispetto verso chi trova il coraggio di chiedere aiuto. Maturità fa rima anche con umiltà e solitudine. Mi arrabbio quando, anche bonariamente, sento dire che è facile fare questo lavoro oppure “io sarei uno psicologo migliore di te”. Sostare con un paziente nei suoi abissi, essergli vicino nel suo dolore, resistere alla tentazione onnipotente di salvarlo e nutrire per entrambi la speranza che quella persona potrà trovare il modo di stare meglio è tutto tranne che facile. Anzi, a volte è massacrante. Ma ogni giorno sono grata alla mia psicoterapia personale che mi ha permesso di scendere nei miei personali abissi e illuminare ciò che mi era nascosto ma condizionava la mia vita, per poi uscire “a riveder le stelle” dopo questo percorso, più consapevole e capace, quindi, di stare vicina ai miei pazienti che l’affrontano con me.

6) Politica. Cosa pensi debba essere? Quanto partecipi a quella mazarese e cosa si dovrebbe fare per migliorarsi?

Come cittadina cerco ogni giorno di essere un “esempio credibile”. Ciò significa prendermi le mie responsabilità, ricordandomi che ogni mia azione ha sempre delle ricadute, costruire relazioni basate sul rispetto della dignità dell’altro, scegliere di agire senza cercare scorciatoie o prevaricazioni. Questo è il mio modo. Penso che chi si occupi di politica debba “servire la comunità”, non “servirsi della comunità”.

7) Una descrizione, una peculiarità, della tua carriera e della tua persona.

Per me ogni giorno è un nuovo inizio, e ogni giorno possiamo (ri)diventare protagonisti della nostra vita e volgerla al meglio anche compiendo scelte minime. Da un punto di vista lavorativo, la mia carriera ricomincia ogni giorno nel senso che mi rendo conto che ho sempre tanto lavoro da fare su di me, tanto da scoprire. Non dormo sugli allori (anche perché non ne ho!), ma ho sempre la curiosità di studiare, aggiornarmi, confrontarmi…non ho nulla da insegnare, ma ho tutto da imparare.
  
8) Fino a dove si spinge la tua ambizione? Puoi dirci il tuo prossimo progetto?

La mia ambizione non arriva in alto, alle vette della notorietà. Direi piuttosto che voglio arrivare in profondità. Cercare di fare sempre del mio meglio in ogni cosa, che non significa per forza dover raggiungere sempre l’eccellenza. Sebbene abbia avuto qualche situazione di visibilità mediatica, non la ricerco. Quando mi sono capitate  sono state indubbiamente piacevoli, anche utili per farmi conoscere, ma le ho affrontate con autoironia. Per me sono state opportunità, non obiettivi. Sono stati la punta visibile di un impegno costante.
La mia ambizione mi porta a mettermi a confronto con gli altri colleghi per spronare me stessa, ma non mi interessa competere per primeggiare. Innanzitutto perché ciascuno psicologo ha delle peculiarità che rendono lo stile e la formazione di ognuno unici, in secondo luogo perché in questa professione è il paziente che sceglie il suo terapeuta, non il contrario.
Il prossimo progetto? Per ora nulla di nuovo. Mi sto dedicando all’apprendimento di alcuni argomenti.

9) Rinunceresti a fare ciò che fai per qualcuno? Se sì, per chi o per cosa?
                                                      
Questo lavoro, lo ribadisco, è il mio grande amore ed è parte di me. Non potrei mai accettare di rinunciarvi per qualcuno che, in questo modo, mi dimostrerebbe di non tenere a me. Potrei rinunciarvi per mia scelta solo se sentissi che ormai quest’amore s’è spento, ma ad oggi non so dirti se questo accadrà mai. Tuttavia sono anche realista: i sogni aiutano ad andare avanti ma ho anche la necessità reale di guadagnarmi da vivere; però so che farei - come fanno altri miei colleghi e come faccio anch’io - più di un lavoro per continuare a svolgere l’attività clinica.

 10) Porgi ai lettori un saluto che ti caratterizza e invita il pubblico a conoscerti, motivali qualora ce ne fosse bisogno. 

Un saluto che mi caratterizza è di certo “Buona giornata e buon lavoro”. Come posso invitarvi a conoscermi? Vi riporto la battuta che mi è stata indirizzata l’altro giorno: “Anche gli psicologi sono persone!”. Prima di tutto e sempre sono una persona. E come tale abbiamo tantissime cose in comune. Basta superare la diffidenza e la paura e scoprirete che non sono tutto questo gran “spavento!”. Se vorrete conoscermi incontrerete Anna, non la dott. La stessa persona che la nostra Joìne ha conosciuto e che vi sta presentando. Se poi avrete bisogno del mio aiuto professionale, potremo trovare il tempo e il luogo opportuni.

11) Cara Anna, era ora di ricambiare l’intervista conclusa nel 2011… questa volta sei tu l’ospite della pagina ed io la caposala che dispone i quesiti. Oltre ad essere felice per averti aggiunta tra i personaggi delle “10 domande + 1” e ad averti classificata indubbiamente tra i “mazaresi”, potrei continuare sottolineando che sono felice di poterti annoverare tra le mie amicizie. Forse molti non sanno che ho anche dato il tuo cognome ad una protagonista di una novella!
Oddio! Proprio non mi riesce di essere simpatica in questa intervista! Dottoressa, non è che ho una forma di inibizione da lettino d’analista? Sarà perché sono distesa sul divano di casa, ma mi sento sotto osservazione! Ahiahi, ma a voi psicologi quanto vi tocca combattere il luogo comune che venire nei vostri studi non sia sintomo di pazzia?


“Joìne, con tutto l’affetto… va’ curcati!!!!”
Ho finito giusto qualche domanda fa di dire che non mischio mai le relazioni personali con il lavoro e tu te ne esci con questa domanda? E poi, che ci fai distesa sul divano?? Alzati!!!Non siamo in una commedia americana!!! Quando ho letto il tuo racconto mi sono divertita moltissimo, quella protagonista era verosimilmente simile a me, ma in certi tratti molto distante. Però mi sono rivista in questa donna di carattere....e poi è bello essere coinvolti nel tuo lavoro!!
Tornando alla tua domanda, potrei dirti che “ogni mattina uno psicologo si sveglia e sa che dovrà rispondere a decine di luoghi comuni come questo”. Fa parte del gioco. Per questo ho accolto il suggerimento di un collega di diventare “informatrice psicologica”. Che significa? Cerco di diffondere la cultura della psicologia fornendo, se richieste, informazioni su tematiche di psicologia che smontino idee distorte e aiutino le persone a ricorrere a professionisti come me qualora ne riconoscano il bisogno. Così, per finire il mio discorso, “ogni mattina questa psicologa si sveglia, e sa che dovrà darsi da fare….”


Segnala un personaggio interessante da far intervistare all’interno della galleria dei “mazaresi”, scrivendo a joinegb@gmail.com

(Fonte: PrimaPagina Mazara)

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